

L'ira che fonda il destino
Di Elena Caliandro
L’accampamento acheo è funestato da una terribile pestilenza. Da dieci anni i Greci assediano Troia ed occupano, feroci, i suoi lidi. Inespugnabile è la città, impenetrabili le mura, le porte Scee possenti protettrici dei suoi abitanti. L’umore è basso, i soldati, decimati, affamati e stanchi: combattono una guerra in cui non credono più. È l’Atride Agamennone che ancora li guida, fratello di Menelao, re di Sparta, marito della donna più bella del mondo, Elena, tragica e fatale, vittima e carnefice, figlia di Zeus egioco.
Apollo pretende la liberazione di Criseide, sua sacerdotessa, fatta schiava e divenuta oltraggioso bottino. “Io non la libererò”, tuona l’Atride carceriere. Lui l’ha ricevuta in sorte, è sua, suo possesso, suo premio; sarà colta da vecchiaia nella sua casa, ad Argo, mentre tesse la tela, va e viene, concubina nel suo letto, fino alla morte, lontana da casa per sempre.
Come sfuggire all’ira di un dio? Come placare altrimenti la furia di Apollo? Calcante, indovino di mali, vede morte certa ed infiniti dolori per i Danai tracotanti: esorta Agamennone ad una veloce restituzione. Ed il figlio di Atreo, avidissimo sopra tutti, può scendere a patti ad una sola condizione: sia ridistribuito il bottino, che un altro dono gli tocchi. Magari quello di Achille, quel dono per il quale ha molto sudato e che gli Achei stessi gli hanno riconosciuto. Non ci sta il figlio di Peleo.
Ricorda, Achille, che contro i troiani bellicosi combatte una guerra non sua. I Teucri non sono colpevoli contro di lui. I Mirmidoni sono accampati fuori dalle mura di Troia per vendicare il torto subito dai figli di Atreo: “te seguimmo, perché tu gioissi, cercando soddisfazione per Menelao, per te, brutto cane”. Ti seguimmo fino alla fine del mondo, e se l’umiliazione è quello che ci resta, torniamo alle navi, veloci, e dirigiamo verso Ftia. Così dice Achille, piede veloce. Non tarda a venire la risposta di Agamennone, signore d’eroi.
Può pure andarsene, Achille, dice Agamennone, se il suo cuore così gli suggerisce. È il più forte degli uomini ma solo perché lo ha voluto un dio. Altri ci saranno a combattere questa guerra e a farlo per restare fedeli alla causa e accanto a lui, il sire di uomini, Agamennone glorioso. Vada pure, Achille. Agamennone, però, vuole Briseide, la sua schiava, e l’avrà, andando alla tenda e prendendosi ciò che gli spetta. Così tuona parole rancorose. E ricorda che è lui, il figlio di Atreo, capo supremo della spedizione contro Ilio.
Se Atena non avesse allora trattenuto per un braccio Achille, che, già sfilata dal fodero la spada, era pronto a ingaggiar tenzone, chissà quale volere divino si sarebbe compiuto. La inviò Era, la moglie di Zeus, e Achille la riconobbe, l’avrebbe fatto tra mille. L’ira furibonda si placa, lo sfogo fin qui si limita alle parole.
Atena ed Era vogliono vedere Troia bruciare.
La contesa che esplode tra Achille ed Agamennone rappresenta una lacerazione insanabile, da cui, a precipizio, si generano altri mali inesorabili: primo fra tutti, il ritirarsi di Achille dalla battaglia con la conseguente morte dell’amato e fraterno Patroclo; a seguire, l’assassinio di Ettore e la caduta della città di Troia, quella notte famigerata e devastante.
Il dolore, la rabbia, la guerra, il campo di battaglia, le gesta e le parole infuocate: male che genera male, una catena ininterrotta di errori, soprusi, violenze e catastrofi. Quali effetti produce la collera sul corpo degli eroi? Cosa lascia di tangibile il furore? Come si concretizza l’astratto? Come si può rendere visibile l’invisibile?
I primi versi di questo passo (vv. 103-104) descrivono gli effetti della rabbia sul corpo di Agamennone: i neri precordi erano gonfi, gli occhi sembravano fuoco lampeggiante perché in Omero sentimenti, passioni e pensieri non sono mai slegati dalla presenza dell’organo che li genera e che è loro preposto. Il termine greco μένος, infatti, - forza, bile ma anche vita, coraggio, passione- qui è inteso come ira e l’ira, raggiungendo i precordi, li rende neri e gonfi di sangue per maggiore afflusso di questo in quella parte del corpo dell’eroe omerico. Vi sono altri termini che in Omero indicano l’ira e che già prima del verso 101 il lettore ha potuto incontrare: μῆνις, il risentimento profondo e radicato, χόλος, la bile e il furore animale, κότος, il rancore, il risentimento, la sete di vendetta.
Questa rabbia potente, che uccide, che annienta, che scardina ogni cosa, che squarcia il cielo e la terra, le cose divine e quelle umane, da dove arriva? Arriva dalla convinzione dolorosissima che la propria dignità d’eroe sia stata prima sminuita e poi calpestata. Agamennone minaccia Achille di recarsi lui stesso alla sua tenda per rapire Briseide, il suo dono onorifico (γέρας), e dimostrare, non più solo a parole, che è lui il più forte, che non è solo un primus inter pares. Nessuno più, così, oserà opporglisi. Achille sente profonda la ferita che gli lacera il petto: nelle “civiltà di vergogna”, come quella descritta da Omero, non è ammissibile continuare a vivere se si perde la pubblica stima, la τιμή. È lei il motore che muove il mondo, la si persegue pur rischiando consapevolmente la vita: meglio che sia breve, ma gloriosa, che lunga ma vissuta ai margini della storia, sconosciuta ai cantori, ignorata dagli aedi e da coloro che verranno. Gli eroi vivono di relazioni e in relazione rappresentando una società semplice e feroce: sono chiari gli elementi che concorrono alla pace e la edificano, sono altrettanto chiari gli elementi che possono spezzare patti e accordi, generare il male e perpetuarlo.
Achille non intende restare senza onore (ἄτιμος), se ne va. Ed il suo andarsene è un sipario che non si solleverà mai più: il lettore saprà di Troia che brucia.
Così diranno, che Ettore è meglio perisca sotto le mura di Troia, davanti alla rocca sacra di Ilio, dopo aver ucciso Achille di sua mano, con gloria (ἐϋκειῶς). Anche il più illustre dei figli di Priamo, Ettore domatore di cavalli, non è immune alla legge che tiene in scacco gli uomini d’Omero: il suo popolo vuole vederlo combattere e con la sua morte entrare nel novero degli eroi resi eterni da imperitura memoria. Tutti conoscono, nel cuore, cosa hanno filato le Moire: è destino di morte quello che pende sul suo giovane capo. E destino di morte attende anche Achille: chissà se è vero che l’invidia degli dei non risparmia proprio nessuno.
Andromaca prima (VI libro), Priamo e la sua sposa poi (XXII), cercano di dissuadere Ettore dall’acconsentire al supremo sacrificio della sua stessa vita per tentare di salvare la sua città, Troia, il suo onore e quello della sua famiglia. È impari la lotta con un semidio e la sua morte segnerà il declino dell’intera stirpe dei troiani. Sa bene Priamo che, esalato Ettore l’ultimo respiro, tutti cadranno, uno dopo l’altro, giustiziati dalla spada degli Achei: una morte crudele lo strapperà al mondo dei vivi, periranno i figli rimasti, schiave saranno condotte le figlie, oltraggiati i talami, barbaramente massacrati i bambini, a servire i Greci invasori le nuore (vv. 62-65). C’è un filo invisibile che li lega e tutti corrono nella direzione del loro destino: è facile immaginare a chi darà gloria l’Olimpio (v. 130).
Ho troppo rossore per i Teucri, dice Ettore all’amata Andromaca nel VI libro replicando alle suppliche di lei. Una vergogna terribile lo assale all’idea di non compiere il suo dovere di principe e di uomo: dovere diviene imperativo morale assoluto ed ineguagliabile. Non c’è desiderio, passione, volere che tenga dinanzi a questa scomoda e soffocante necessità. E ἀνάγκη è il sommo dio tra gli dei: è la forza che regge il cosmo, regola il fato, sostiene il peso del mondo, lo conduce. Lo schiaccia. Con la necessità neanche gli dei combattono, così Platone, citando Simonide, condivide una verità tanto crudele quanto indiscutibile.
È tragedia l’Iliade, è tragedia d’eroi. Nessuno ne sarà immune, nessuno sarà risparmiato։ coraggiosi, astuti, leali, spietati, assetati di vendetta, polimorfi, risoluti, sagaci, scaltri, giovani. Ogni scelta rappresenta una perdita, ogni decisione una privazione, ogni strada imboccata, una lasciata alle spalle per sempre. La vita non si salva da nulla, se non dalla piattezza, dalla mediocrità, dall’uniformità’. Non è forse questo il più grande insegnamento?