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L’arte senza sacro (ma non senza resto)


Nel saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Walter Benjamin individua una frattura decisiva nella storia dell’arte: la perdita dell’“aura”. L’opera, tradizionalmente radicata in un qui e ora irripetibile, viene sottratta alla sua unicità attraverso la riproduzione tecnica. Fotografia e cinema non distruggono solo la distanza sacrale dell’opera, ma la trasformano in oggetto disponibile, fruibile, politicizzabile. L’arte si emancipa dal rituale, ma al prezzo di una desacralizzazione: ciò che prima era esperienza unica diventa accesso diffuso. In particolare, il cinema assume per Benjamin un ruolo ambivalente: da un lato democratizza la percezione, dall’altro apre a un uso politico delle immagini, capace tanto di emancipare quanto di manipolare le masse.


Questo movimento può essere letto in tensione con la riflessione di Rudolf Otto in Il sacro. Otto definisce il “numinoso” come esperienza dell’alterità radicale, il mysterium tremendum et fascinans: qualcosa che attrae e al tempo stesso inquieta, irriducibile al concetto. In questa prospettiva, l’aura benjaminiana appare come una forma secolarizzata del numinoso: una distanza che non è solo spaziale, ma ontologica. La riproducibilità tecnica, eliminando questa distanza, non elimina soltanto un tratto estetico, ma indebolisce la possibilità stessa di un’esperienza dell’alterità.


È qui che il pensiero di Theodor W. Adorno introduce una correzione decisiva. Per Adorno, l’arte autentica non coincide né con il rituale perduto né con la pura riproduzione. Nella sua teoria estetica, l’opera conserva una funzione critica proprio in quanto si oppone all’immediata consumabilità. Questo si lega alla critica dell’industria culturale: il sistema che standardizza e serializza i prodotti culturali, riducendo l’arte a merce e neutralizzandone la forza critica. L’arte, quando è tale, resiste a questa logica: è portatrice di una negatività che rinvia a ciò che Adorno chiama l’“assolutamente altro”. Non si tratta di un ritorno al sacro in senso tradizionale, ma di una traccia di alterità che sopravvive nella forma stessa dell’opera.

Se Benjamin registra la crisi dell’aura e Otto descrive l’esperienza originaria del numinoso, Adorno tenta di pensare una sopravvivenza dell’alterità nel mondo disincantato.


L’arte diventa allora il luogo in cui, pur dentro la riproducibilità e la tecnica, può ancora emergere qualcosa che sfugge: non più il sacro intatto, ma una sua eco critica. In questo senso, l’opera d’arte autentica non restituisce il numinoso, ma ne conserva la tensione, come segno di un reale che eccede ogni piena disponibilità. Nel saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Walter Benjamin individua una frattura decisiva nella storia dell’arte: la perdita dell’“aura”. L’opera, tradizionalmente radicata in un qui e ora irripetibile, viene sottratta alla sua unicità attraverso la riproduzione tecnica. Fotografia e cinema non distruggono solo la distanza sacrale dell’opera, ma la trasformano in oggetto disponibile, fruibile, politicizzabile. L’arte si emancipa dal rituale, ma al prezzo di una desacralizzazione: ciò che prima era esperienza unica diventa accesso diffuso. In particolare, il cinema assume per Benjamin un ruolo ambivalente: da un lato democratizza la percezione, dall’altro apre a un uso politico delle immagini, capace tanto di emancipare quanto di manipolare le masse.


Se Benjamin registra la crisi dell’aura e Otto descrive l’esperienza originaria del numinoso, Adorno tenta di pensare una sopravvivenza dell’alterità nel mondo disincantato.


L’arte diventa allora il luogo in cui, pur dentro la riproducibilità e la tecnica, può ancora emergere qualcosa che sfugge: non più il sacro intatto, ma una sua eco critica. In questo senso, l’opera d’arte autentica non restituisce il numinoso, ma ne conserva la tensione, come segno di un reale che eccede ogni piena disponibilità.

1 commento


Grazie Luca per questo bellissimo articolo!

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