ἀνδρῶν ἐκ μεγάλων πόλις ὄλλυται
- Salvatore Caligaris
- 9 apr
- Tempo di lettura: 4 min
La prospettiva di Diodoro Siculo sulle dinamiche del potere da Atene a Cesare
Παλαιός τις παραδέδοται λόγος ὅτι τὰς δημοκρατίας οὐχ οἱ τυχόντες τῶν ἀνθρώπων, ἀλλ' οἱ ταῖς ὑπεροχαῖς προέχοντες καταλύουσι. διὸ καὶ τῶν πόλεων ἔνιαι τοὺς ἰσχύοντας μάλιστα τῶν πολιτευομένων ὑποπτεύουσαι καθαιροῦσιν αὐτῶν τὰς ἐπιφανείας. σύνεγγυς γὰρ ἡ μετάβασις εἶναι δοκεῖ τοῖς ἐν ἐξουσίᾳ μένουσιν ἐπὶ τὴν τῆς πατρίδος καταδούλωσιν καὶ δυσχερὲς ἀποσχέσθαι μοναρχίας τοῖς δι' ὑπεροχὴν τὰς τοῦ χρατήσειν ἐλπίδας περιπεποιημένοις· ἔμφυτον γὰρ εἶναι τὸ πλεονεκτεῖν τοῖς μειζόνων ὀρεγομένοις καὶ τὰς ἐπιθυμίας ἔχειν ἀτερματίστους. τοιγαροῦν Ἀθηναῖοι μὲν διὰ ταύτας τὰς αἰτίας τοὺς πρωτεύοντας τῶν πολιτῶν ἐφυγάδευσαν, τὸν λεγόμενον παρ' αὐτοῖς ἐξοστρακισμὸν νομοθετήσαντες. καὶ τοῦτ' ἔπραττον οὐχ ἵνα τῶν προγεγενημένων ἀδικημάτων λάβωσι τιμωρίαν, ἀλλ' ὅπως τοῖς δυναμένοις παρανομεῖν ἐξουσία μὴ γένηται κατὰ τῆς πατρίδος ἐξαμαρτεῖν. τῆς γὰρ Σόλωνος φωνῆς ὥσπερ χρησμοῦ τινος ἐμνημόνευον, ἐν οἷς περὶ τῆς Πεισιστράτου τυραννίδος προλέγων ἔθηκε τόδε τὸ ἐλεγεῖον:
"ἀνδρῶν ἐκ μεγάλων πόλις ὄλλυται, εἰς δὲ τυράννου
δῆμος ἀϊδρίῃ δουλοσύνην ἔπεσεν."
L’inizio del libro XIX della Biblioteca storica di Diodoro Siculo si apre con una riflessione etica di particolare spessore: l’autore, pur essendo posteriore agli eventi più significativi della Grecia classica, ripercorre la storia ateniese per trarne un insegnamento morale e politico. Il proemio può essere schematicamente suddiviso secondo il criterio individuato da Franca Landucci. Qui ci concentreremo sulla prima sezione e sulle quattro sottosezioni ad essa collegate.
Gli anni in cui scrive Diodoro coincidono con un periodo di grande trasformazione per Roma: Cesare si appresta a diventare dittatore, attraversa il Rubicone e avvia la transizione dalla repubblica all’impero. Già Rathmann (2016) si interroga sul parallelismo tra figure ateniesi come Pisistrato e il ruolo di Cesare, ponendo questioni sulla natura del potere e sulla nascita della tirannide. L’ostracismo ateniese viene citato da Diodoro come strumento politico volto a prevenire che i cittadini più potenti possano abusare della propria influenza, evitando così il sorgere di tiranni. Il passo di Diodoro mostra chiaramente che l’ostracismo non nasce come punizione per torti precedenti, ma come garanzia per proteggere la città dal potere concentrato: l’azione preventiva è dunque di natura morale e politica.
A sostegno di questa lettura, Diodoro richiama le elegie di Solone, in cui la distruzione della città viene attribuita ai grandi, cioè ai potenti che ambiscono a sopraffare gli altri. La citazione di Pisistrato non è casuale: rappresenta un precedente storico attraverso il quale Diodoro illustra il pericolo di una leadership basata sull’eccezionale potere personale. Tuttavia, considerando il contesto romano, non è irragionevole ipotizzare che Cesare sia il destinatario implicito di questa riflessione: il testo permette di leggere la storia ateniese come specchio della realtà romana, suggerendo che il problema della concentrazione dei poteri fosse universale e trasversale.
Analogamente, Orosio, nelle Storie contro i pagani (VI, 20, 1-2), descrive la fine della Repubblica e l’instaurazione del principato:
“Nell’anno 725 dalla fondazione dell’Urbe, essendo consoli l’imperator Cesare Augusto per la quinta volta e Lucio Apuleio [29 a.C.], Cesare, ritornando vittorioso dall’Oriente, il sei gennaio entrò in Roma in triplice trionfo e poté allora per la prima volta, sopite e concluse tutte le guerre civili, chiudere egli stesso le porte del tempio di Giano. In quel medesimo giorno del mese fu poi [27 a.C.] per la prima volta salutato col nome di Augusto; nome che, da nessuno mai in precedenza toccato e da tutti gli altri fino ad oggi evitato, indica che il vertice del potere è legittimamente occupato solo dai padroni del mondo, e da quel giorno stesso la somma autorità e gestione dello stato cominciò ad essere di uno solo, e tale rimase: questo è ciò che i Greci chiamano «monarchia».”
Nonostante alcune imprecisioni cronologiche, il passo illustra chiaramente un concetto condiviso anche da Cassio Dione: la Repubblica cessa di esistere quando il potere si concentra nelle mani di un singolo, instaurando di fatto una monarchia. La lettura di Diodoro permette di cogliere il senso universale della vicenda: l’abuso del potere individuale, che in Grecia porta alla tirannide, in Roma si traduce nell’instaurazione del principato e nella fine della res publica.
A ulteriore conferma, Luciano Canfora in Augusto figlio di Dio sottolinea la dimensione propagandistica della politica imperiale:
«Il volgo - scrisse Augusto nelle sue memorie - credette (vulgus credidit) che quella stella significasse che l'anima di Cesare era stata accolta tra gli dei immortali. Usando tale pretesto (quo nomine) feci subito (mox) aggiungere quel simbolo al busto di Cesare che feci consacrare nel foro».
Plinio nella Naturalis Historia aggiunge: «Queste furono le sue parole, destinate al pubblico, ma una gioia intima gli suggeriva che quella stella era nata per lui, e che lui nasceva in essa».
Qui emerge la strategia di legittimazione politica basata sulla memoria del predecessore: Augusto costruisce la propria autorità facendo leva sulla divinizzazione di Cesare, trasformando il consenso popolare in un sostegno alla monarchia nascente.
La situazione di Cesare è peculiare: gli eserciti non combattono più per la libertà comune, ma sono ormai vincolati a un generale specifico, come nel periodo delle guerre sillane. Il passaggio del Rubicone diventa simbolo di questa trasformazione, segnando la rottura definitiva con i vincoli repubblicani. Il potere militare personale diventa strumento di affermazione politica, rendendo inevitabile la concentrazione dei poteri e la subordinazione del volgo, che diventa “vulgus credidit” e, per ignoranza, incline alla schiavitù politica, un concetto noto tanto ai Greci quanto ai Romani.
In questo contesto, le pagine di Diodoro Siculo assumono un ruolo essenziale per leggere anche gli avvenimenti romani alla luce della storia greca. Permettono di immaginare gli effetti della concentrazione del potere sulle istituzioni, sulle città e sul comportamento dei cittadini: la chiusura delle porte del tempio di Giano, la proclamazione di Augusto e il trionfo romano non sono solo atti cerimoniali, ma segnali tangibili di un mutamento radicale nella struttura politica e sociale di Roma. La riflessione di Diodoro, pur centrata su Atene, offre così una chiave interpretativa della nascita del principato: il passaggio dalla libertà alla dominazione individuale non è un evento isolato, ma un processo universale, dettato dalla dinamica intrinseca del potere. L’analogia tra Pisistrato e Cesare mostra come le grandi città e le grandi potenze siano vulnerabili all’avidità dei potenti e all’attrazione verso il dominio assoluto. L’ostracismo ateniese, quindi, non è solo una curiosità storica, ma un monito politico: prevenire l’abuso di potere significa proteggere la comunità dalla tirannide, un insegnamento tanto valido per Atene quanto per Roma. La concentrazione del potere nelle mani di un individuo produce inevitabilmente cambiamenti irreversibili nelle strutture sociali e istituzionali, modificando la percezione stessa della legittimità politica e aprendo la strada a un nuovo ordine, che sia quello della tirannide ateniese o del principato romano.



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