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Filosofia dell'arte

Il progetto qui delineato prende avvio da una critica radicale della costruzione umanistica del soggetto. Ciò che la tradizione ha assunto come fondamento — la presenza, l’identità, la possibilità di una pienezza del senso — si rivela, a un’analisi rigorosa, come effetto di un dispositivo linguistico. Il linguaggio, lungi dall’essere uno strumento neutro di rappresentazione, opera come sistema differenziale: il senso non si dà mai in forma piena, ma sempre come traccia, rinvio, scarto.



In questo quadro, il soggetto non è origine ma risultato. Esso emerge come costruzione stabilizzante all’interno di un campo linguistico che, per sua struttura, non consente alcuna chiusura definitiva del significato. La cosiddetta “pienezza” è dunque un’illusione: una finzione necessaria che organizza l’esperienza, ma che non trova fondamento ontologico.



È in questo contesto che il concetto di alterità viene ridefinito in senso critico. L’alterità non designa più una proprietà del reale, né un “altro” ontologicamente dato, ma l’effetto prodotto dal tentativo umanistico di saturare il senso. Ciò che appare come altro è, in realtà, il risultato di una costruzione che fallisce nel momento stesso in cui pretende di chiudere il significato. L’alterità, così intesa, non è eccedenza del reale, ma figura dell’illusione.



Diverso è il caso dell’eccedenza. L’eccedenza appartiene al reale e ne costituisce il tratto fondamentale: il reale non è riducibile a rappresentazione, né esauribile attraverso il linguaggio. Esso eccede ogni articolazione simbolica, non come “altro” positivo, ma come ciò che impedisce ogni chiusura. Il reale non si oppone al linguaggio come un oggetto esterno, ma resiste a ogni tentativo di saturazione del senso.



Da qui nasce l’esigenza di una ristrutturazione ontologica in senso post-umanistico. Non si tratta di abbandonare il linguaggio — condizione inevitabile dell’esperienza — ma di riconoscerne il limite strutturale. Il post-umanismo, in questa prospettiva, non è una negazione dell’umano, ma il superamento della sua pretesa di fondazione: il riconoscimento che il soggetto non è centro, ma effetto.



La fisica contemporanea offre, in questo senso, un terreno decisivo. Con la relatività, sviluppata da , il reale si presenta come struttura di vincoli: lo spazio e il tempo non sono contenitori neutri, ma articolazioni dinamiche che determinano il campo del possibile. Con la meccanica quantistica, il reale mostra invece la propria eccedenza: indeterminazione, apertura, impossibilità di una descrizione completa.



Questi due momenti — struttura e eccedenza — permettono di superare sia l’illusione umanistica della pienezza, sia la chiusura puramente linguistica del reale. La nuova ontologia che ne emerge non mira a una totalizzazione del senso, ma a una maggiore adeguazione alle strutture e ai limiti del reale.



In questo quadro, il compito della filosofia non è più quello di fondare, ma di chiarire: non di colmare la distanza tra linguaggio e reale, ma di riconoscerla come costitutiva. Non si tratta di dire di più, ma di dire meglio dove e perché non è possibile dire tutto.



La posta in gioco non è la conquista di una verità piena, ma la costruzione di un pensiero capace di abitare il limite senza trasformarlo in illusione.


La sezione è curata da Daniela Cittadini in collaborazione con Luca Gatta


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