Giugno 2026
La primavera Hitleriana

Primavera hitleriana è una delle poesie più celebri di Eugenio Montale, pubblicata nella raccolta *La bufera e altro* (1956). Il testo prende spunto dalla visita di Adolf Hitler a Firenze nel 1938 e trasforma un evento storico in una profonda riflessione sul clima di oppressione e di violenza che caratterizzò l'Europa alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Attraverso immagini simboliche e un linguaggio ricco di significati, Montale denuncia la minaccia del totalitarismo e contrappone alla barbarie la speranza rappresentata dai valori umani e morali.
Per una maggiore introduzione alla Primavera Hitleriana si veda: Scaffai, Niccolò, and Ida Campeggiani. Eugenio Montale. "La Primavera Hitleriana" e "Il Sogno Del Prigioniero": Testi e Introduzioni.
Né quella ch'a veder lo sol si gira...
(Dante (?) a Giovanni Quirini).
Folta la nuvola bianca delle falene impazzite
turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette,
stende a terra una coltre su cui scricchia
come su zucchero il piede; l’estate imminente sprigiona
ora il gelo notturno che capiva
nelle cave segrete della stagione morta,
negli orti che da Maiano scavalcano a questi renai.
Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale
tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso
e pavesato di croci a uncino l’ha preso e inghiottito,
si sono chiuse le vetrine, povere
e inoffensive benché armate anch’esse
di cannoni e giocattoli di guerra,
ha sprangato il beccaio che infiorava
di bacche il muso dei capretti uccisi,
la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue
s’è tramutata in un sozzo trescone d’ali schiantate,
di larve sulle golene, e l’acqua séguita a rodere
le sponde e più nessuno è incolpevole.
Tutto per nulla, dunque? – e le candele
romane, a San Giovanni, che sbiancavano lente
l’orizzonte, ed i pegni e i lunghi addii
forti come un battesimo nella lugubre attesa
dell’orda (ma una gemma rigò l’aria stillando
sui ghiacci e le riviere dei tuoi lidi
gli angeli di Tobia, i sette, la semina
dell’avvenire) e gli eliotropi nati
dalle tue mani – tutto arso e succhiato
da un polline che stride come il fuoco
e ha punte di sinibbio…
Oh la piagata
primavera è pur festa se raggela
in morte questa morte! Guarda ancora
in alto, Clizia, è la tua sorte, tu
che il non mutato amor mutata serbi,
fino a che il cieco sole che in te porti
si abbàcini nell’Altro e si distrugga
in Lui, per tutti. Forse le sirene, i rintocchi
che salutano i mostri nella sera
della loro tregenda, si confondono già
col suono che slegato dal cielo, scende, vince –
col respiro di un’alba che domani per tutti
si riaffacci, bianca ma senz’ali
di raccapriccio, ai greti arsi del sud…
