DANTE E LE DONNE: SU ALCUNE FIGURE FEMMINILI DELLA COMMEDIA
- Massimo Rossi
- 30 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min
In questo articolo vorrei richiamare l’attenzione su un aspetto particolare della psicologia dantesca, quella che si esercita su alcune figure di donne incontrate nella Commedia, perché il poeta ha saputo cogliere certe peculiarità dell’animo femminile ed esprimerle con impareggiabile finezza. Premetto che non dirò nulla di nuovo né di scientificamente rilevante; e ciò perché il mio ambito specifico è quello della filologia classica e non sono propriamente un dantista, ma solo un fervente ammiratore del grande poeta.
Vorrei prendere ad esempio una donna per ciascuna delle tre cantiche. Per quanto riguarda l’Inferno, la figura che a tutti viene in mente, per l’umana pietà che suscita e per la grandezza del suo animo, è certo quella di Francesca da Rimini, che domina il canto V° dedicato al secondo cerchio infernale, quello dei lussuriosi. Moltissimo si è detto e scritto su questa vittima della passione, simbolo essa stessa della forza dell’amore che tutto travolge e che riesce persino a vanificare, nella sua intensità, l’aspetto peccaminoso della vicenda per la quale lei e Paolo sono dannati. Dante ci presenta la sua tragedia come dovuta ad una forza superiore, contro cui la fragile volontà umana non può nulla: a ciò si riferiscono i celebri versi 103-105:
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi ancor non m’abbandona.
Queste parole avrebbe potuto pronunciarle anche un uomo; ma da parte di una donna il loro intenso significato si fa ancor più forte, esprime l’invincibile impeto naturale che annulla ogni volontà ed ogni barriera razionale. La profonda dignità di Francesca, ben viva nella rievocazione della vicenda ancor più del suo peccato, si rivela anche nella reticenza finale espressa dalle sue ultime parole, quando ella racconta della lettura del romanzo francese di Lancillotto e Ginevra: dopo aver riferito del bacio che Paolo stampò sulla sua bocca ad imitazione di quello tra i due amanti leggendari, ella chiude il racconto dicendo che quel giorno la lettura del libro finì in quel momento (quel giorno più non vi leggemmo avante, v. 138). Per quante interpretazioni, più o meno maliziose, che si possano dare di quel verso, è comunque evidente un tratto caratteriale tipicamente femminile: la reticenza, l’aver evitato di dire di più, di aggiungere particolari inutili e forse compromettenti ad una storia già abbastanza chiara e dalla conclusione alquanto perspicua. Una grande finezza del nostro poeta, che senza nulla togliere alla colpa ed alla conseguente pena della sua eroina, ne ha però mantenuta intatta la dignità ed una nobile forma di riserbo tipica del suo sesso.
Nel V° canto del Purgatorio ci si presenta, sia pur in forma breve e quasi “en passant”, la figura di un’altra donna: è Pia de’ Tolomei, senese, uccisa brutalmente dal marito Nello dei Pannocchieschi forse per motivi di gelosia. Ella si rivolge a Dante con queste parole (vv. 130-134):
“Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato della lunga via”
seguitò il terzo spirito al secondo,
“ricorditi di me che son la Pia:
Siena mi fé; disfecemi Maremma…”
A parte la forte suggestione dell’immagine, ottenuta anche grazie all’incisivo chiasmo antitetico del v. 134, quel che colpisce è l’intonazione tipicamente femminile dell’apostrofe della donna: ella è infatti l’unico personaggio di tutto il poema che mostra di preoccuparsi per la fatica durata da Dante nel compiere il suo lungo viaggio, e soprattutto nello scalare la montagna del Purgatorio. Questo particolare riguardo, questa attenzione all’essere altrui, si avvicina a quello di una moglie o di una sorella preoccupate per le condizioni fisiche del congiunto dopo una giornata di lavoro o comunque dopo uno sforzo prolungato. E’ un pensiero propriamente femminile, che difficilmente sarebbe venuto in mente ad un uomo, e ciò rivela da parte del poeta un’impareggiabile abilità nel conoscere la psicologia dei suoi personaggi, e delle donne in particolare.
Un’altra indimenticabile figura di donna, stavolta gratificata dall’eterna beatitudine, la troviamo nel canto III° del Paradiso: è Piccarda Donati, sorella del celebre uomo politico Corso Donati, la quale si era fatta suora ma poi era stata strappata a forza dalla pace del suo convento e costretta a sposarsi per assecondare i loschi intrighi del malvagio fratello. Ella racconta a Dante la sua vicenda, ma al momento di riferire la violenza subìta svanisce in lei ogni risentimento nei confronti di chi la usò contro di lei, che designa con una formula generica (vv. 106-108):
Uomini poi, a mal più che a ben usi,
fuor mi rapiron della dolce chiostra:
Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
E’ indimenticabile la finezza psicologica con cui Dante tratteggia il suo personaggio: anima santa qual è, non può provare rancore nei riguardi del fratello (che non nomina neppure) né di chiunque altro le fece violenza. Fin qui il suo atteggiamento potrebbe esser definito normale; ma il suo carattere riservato e verecondo si coglie soprattutto nell’ultimo verso, quand’ella stende un velo pietoso su quella vita matrimoniale che non voleva ed alla quale era stata costretta, affermando che Dio conosce bene la sua vicenda e che non v’è bisogno di esternarla ad altri. Anche qui il perdono cristiano, proprio delle anime beate, si fonde con una reticenza tipicamente femminile, un pudore che evita ogni riferimento, anche allusivo, che possa essere men che onesto.
Dante ha quindi dato prova, oltre che di una sterminata cultura letteraria, teologica, retorica ecc., anche di una perfetta conoscenza del cuore umano e dei suoi più intimi segreti; e questa sua grande abilità, pur mostratasi in tutti i suoi personaggi, ha raggiunto livelli di straordinario rilievo in quelli femminili. Questa almeno è stata la mia impressione, non da studioso ma da semplice cultore della Divina Commedia. Essa mi ha condotto ad una serie di riflessioni che ho condiviso con i miei alunni e che mi hanno reso sempre più convinto della grandezza e della perenne attualità di questo nostro eccelso poeta.
MASSIMO ROSSI – Montepulciano (Siena)





Bellissimo articolo, offre interessanti spunti di riflessione!