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Image by Mauro Grazzi

Il romanzo greco medievale

I romanzi greci medievali di amore e di avventura, pur non costituendo un genere rigidamente codificato, possono essere considerati un corpus coerente per strutture narrative, temi e topoi comuni e per una funzione culturale di raccordo e mediazione tra passato classico, tradizione bizantina e influssi occidentali; tutti si attestano tra il XII e XV secolo ed i più conosciuti e spesso anonimi sono Ismene e Ismenia in prosa di Eustazio Macrembolita (XII sec.), Dighenìs Akritas (XII sec. più che a un autore singolo l’opera è attribuibile a un ambiente culturale di frontiera anatolico-siriano), Beltandro e Crisanza, che ha una forte influenza del romanzo cavalleresco occidentale, di anonimo, così come il coevo Callimaco e Chrisorroe, Imberio e Margarona, Florio e Plaziaflora tutti in versi politici ( decapentasillabo o dodecasillabo accentuativo), forma metrica tipica della narrativa medievale greca.


Il genere, spesso definito διήγημα, μυθικόν διήγημα, δρᾶμα e l’aggettivo δραματικόν, pare avere evidenti collegamenti con il teatro antico e la mutuazione dei termini teatrali non può che svelarci l’eredità della Commedia Nuova. Il romanzo cioè diventa un surrogato in parte dell’epica e in parte della commedia e della tragedia, generi ormai stremati e ridotti. Il pubblico quindi, non ritrovando più nel teatro le storie, le cerca nei testi scritti, il romanzo allora diventa il ‘teatro di lettura‘ soddisfacendo le esigenze del pubblico, che preferisce testi ispirati a trame interamente fittizie, non impegnativi nelle loro problematiche e per lettori non troppo esigenti; infatti il genere nasce come ‘paraletteratura’, destinato a più ampi strati sociali. E’ errato comunque fermarsi, nella valutazione dei precedenti letterari del romanzo, ad un unico e diretto esemplare. Molti sono gli elementi della letteratura precedente, come per esempio il romanzo ellenistico, non necessariamente legati all’ambiente della retorica, che convergono nel romanzo medievale: innanzitutto l’epos odissiaco e cavalleresco, certa storiografia e forme paraletterarie ( leggende locali, racconti di viaggio, elementi romanzati dell’agiografia ecc.).


In essi, ad esempio è comune il topos del viaggio, che per il protagonista rappresenta l’ ‘altrove’, lo ‘straordinario’, dopo un disorientamento iniziale in patria, e l’alibi per sfuggire alla pesantezza della situazione per poter realizzare il suo destino, grazie alla presenza costante e dominante della Tyche, che scioglie gli intrecci ed i conflitti, garantendo così, con il ritorno in patria dei protagonisti e la risoluzione dei disaccordi, il canonico happy end. Da qui prende le mosse la letteratura d’evasione, di cui il romanzo di amore e di avventura è una forma particolare.


Motore del viaggio è il conflitto generazionale e l’amore contrastato dei due protagonisti, di straordinaria bellezza fisica, giovani, nobili o di alto rango, queste caratteristiche riflettono la predestinazione dei due amanti all’amore e alla prova. Spesso, negli intermezzi narrativi dei romanzi, ritroviamo descrizioni dettagliate ed esagerate, che riflettono l’ambiente di corte, i cerimoniali, il lusso ( descrizioni di statue, giardini, pietre preziose, castelli). E’ particolare poi l’ ἒκφρασις dei protagonisti, le immagini e le metafore, spesso paradossali, sono mutuate dal mondo della natura, del corpo sono descritti i dettagli: occhi, capelli, denti, labbra, collo, ecc., ogni parte poi è associata ad animali, piante, paesaggi, oggetti preziosi. E’ tutta una poetica, quella della descrizione, incentrata sui sensi, vista, tatto, olfatto, e lo si evince anche a livello lessicale.


Qui molto probabilmente ha avuto un’influenza notevole, oltre alla poesia amorosa medievale occidentale, anche il genere arabo descrittivo, il wašf e si confronti, a questo proposito, il Cantico dei Cantici.


La coppia di amanti viene separata dalla Tyche e la narrazione procede per rallentamenti e ritardi con frequenti colpi di scena: morti apparenti, naufragi, rapimenti da parte di pirati o briganti, ma i protagonisti rifiutano altri amori, resistono a seduzioni e a matrimoni forzati, tutto questo intensifica il pathos e ritarda il lieto fine, che prevede il ritorno allo status originario e il matrimonio, che legittima l’amore e conclude la narrazione.


Un’ attenzione particolare va dedicata alla lingua e allo stile di questi romanzi, già di per sé la metrica, prevalentemente il decapentassillabo, conferisce ai testi un andamento prosastico e molto vicino all’oralità. La lingua, il cosiddetto demotico (lingua volgare parlata), nato in contrapposizione alla lingua dotta bizantina con forte tendenza atticizzante, si serve di un lessico quotidiano, di formule ricorrenti, di diminutivi ( spesso depotenziati, come nel greco moderno), di prestiti latini e franco italiani, soprattutto relativi all’ambito dell’amministrazione e cavalleresco. Lo stile è prevalentemente paratattico e c’è la tendenza a sostituire il dativo (che nel greco moderno scomparirà del tutto) con un uso massiccio di preposizioni; diversi sono i livelli di registro linguistico, che risulta più alto e più dotto soprattutto in contesti formali (preghiera, descrizioni di corte , discorsi solenni), ma che via via vanno attenuando la diglossia caratteristica della letteratura bizantino-medievale, ed è lo stesso bilinguismo che si ritroverà nella Grecia moderna, il contrasto tra lingua dotta (καθαρέουσα ) e lingua popolare (δημοτική), che durerà fino alla fine degli anni Settanta, in cui il demotico è diventato lingua nazionale.


In conclusione, l’originalità di questi romanzi più che nei contenuti consiste nel continuo variare dello schema e nel mettere in risalto come le strutture siano instabili e variabili e come il genere poi si sia evoluto, dove evoluzione non è, o non è sempre, da intendere come graduale perfezionamento.


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