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Image by Mauro Grazzi

Tra necessità e sostenibilità: lo spolium dell'Urbe

Aggiornamento: 6 set 2025

ecco che egli se ne partì per Roma, e sia interpellando tutti quelli che più gli erano amici, sia dispensando, se necessario, denaro a piene mani, acquistò in abbondanza colonne, basi e ornamenti, e inoltre marmi di vario colore; e tutto ciò che curò che fosse trasportato dall'Urbe al porto, e dal porto romano per fare fino alla torre di Garigliano, e di qui a Suio, su navi prese in affitto a caro presso. Di lì poi fino a Montecassino, fece trasportare ogni cosa su carri, non senza una fatica enorme. Leone Ostiense, Cronica sacri monasterii Casinensis, XI-XII sec.

L’estratto qui proposto, tratto dalla Cronica di Leone Ostiense, rappresenta una chiarissima testimonianza del cosiddetto spolium dell’Urbe, ovvero di Roma.Questo spolium — nientepopodimeno che un reimpiego di materiali edilizi già esistenti — prende vita a partire dal IV secolo d.C., per poi proseguire fino ai primi anni del XIV secolo.

Il riutilizzo dei materiali di spoglio provenienti dall’Urbe è determinato dalla carenza di materie prime e di manodopera; si cominciano così a “spogliare” i monumenti antichi delle loro parti più preziose: colonne, capitelli, fregi di marmo, mattoni, pietre squadrate e altri elementi architettonici presenti. I monumenti diventano così vere e proprie cave di materiale da costruzione e, in quanto tali, iniziano a perdere il loro valore di testimonianza del passato.

Le architetture, in questi secoli, non vengono progettate come unità inscindibili, ma come veri e propri puzzle. Salvatore Settis, in una sua pubblicazione, afferma:“La Babilonia-Roma [...] si scompone davanti ai nostri occhi come nei pezzi di un puzzle.” (S. Settis, Memoria dell’antico nell’arte italiana. Vol. III: Dalla tradizione all’Archeologia, p. 380, 1986, Einaudi Editore)

E prosegue:“Perché la ruina possa davvero docere, occorre che sia ben chiaro il rimando all’integrità originaria.” (S. Settis, Memoria dell’antico nell’arte italiana. Vol. III: Dalla tradizione all’Archeologia, p. 380, 1986, Einaudi Editore)

Uno degli esempi più rappresentativi di questo fenomeno di spolium è sicuramente l’Arco di Costantino. Siamo fra il 312 e il 316, in particolare, subito dopo la vittoriosa battaglia di Ponte Milvio contro Massenzio del 28 ottobre 312. Il Senato e il popolo dell’Urbe, come riportato nell’iscrizione principale, dedicano un arco di trionfo al loro imperatore.

Questo arco, situato nei pressi del Colosseo e alle pendici del Palatino, è il più antico esempio di edificio di spoglio. È forse anche l’esempio più eloquente di reimpiego: ingloba rilievi e sculture provenienti da monumenti dell’età di Traiano (98-117 d.C.), di Adriano (117-138 d.C.) e di Marco Aurelio (161-180 d.C.). Pare inoltre che la porzione inferiore dell’arco provenga da un precedente arco di trionfo dedicato ad Adriano, oppure dalla Domus Aurea di Nerone, o ancora da un edificio dedicato a Domiziano.

Questo fenomeno di reimpiego, pur configurandosi come un evidente richiamo al passato e alla sua eredità simbolica, può essere altresì interpretato secondo una prospettiva sostenibile. L’utilizzo di elementi architettonici preesistenti, infatti, non solo rispondeva a esigenze pratiche dettate dalla scarsità di risorse e manodopera, ma costituiva anche una strategia funzionale di “riciclo” dei materiali, volta a contenere tempi e sforzi legati alla produzione ex novo. In tal senso, lo spolium si configura non soltanto come un atto di continuità culturale, ma anche come un’azione pragmaticamente efficiente, che anticipa, seppur inconsapevolmente, principi oggi alla base della sostenibilità.



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