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Riflessioni a margine del ritrovamento della lettera di Leopardi

La recente segnalazione, da parte della Scuola Normale Superiore di Pisa, del rinvenimento a Colonia dell'autografo della lettera di Giacomo Leopardi all'editore Antonio Fortunato Stella – datata 31 maggio 1826 e incentrata sulla pubblicazione delle Operette morali – si configura come un evento di straordinaria rilevanza nel panorama degli studi filologici e letterari italiani. Al di là dell'indubbio valore documentario, il recupero di questo specifico testo offre nuovi e decisivi elementi di riflessione sul laboratorio intellettuale leopardiano e sulle dinamiche editoriali dell'opera.  


Si propone di seguito il contributo dell'associato, quale elemento di riflessione nel dibattito scientifico e critico in corso.


Vi è un interessante fil rouge tra le riflessioni sulla progressiva perdita del corsivo ed il ritrovamento della missiva di Leopardi. Quest'ultimo appare un fatto misterioso, al punto da poterne trarre la trama per un'opera di genere thriller: risulta singolare che si siano perse le tracce di una lettera passata per le mani di Arturo Toscanini e della sua famiglia, e infine acquistata da un bibliofilo tedesco. Restano oscuri i reali passaggi di mano in mano nel corso del tempo. In fondo, Leopardi, in quella missiva, si lamentava proprio della frammentazione del sapere. Sorge spontaneo l'interrogativo se non sia esattamente questo l'obiettivo perseguito dal potere dominante, anche attraverso l'insabbiamento di quel "respiro del pensiero" e di quella capacità di collegare organicamente i concetti che è propria dello scrivere in corsivo.


D'altro canto, tornando alla missiva, l'epoca di Leopardi coincideva con l'ascesa dei feuilleton, ovvero dei romanzi d'appendice pubblicati a puntate sui giornali. Si può supporre che proprio questa fine volesse evitare Leopardi: che le sue Operette morali venissero equiparate a quello che era anticamente considerato il livello più basso di letteratura, ossia il romanzetto d'appendice. Ciò va considerato con le dovute distinzioni storiche, poiché in seguito tutti i grandi romanzieri – Dickens incluso – pubblicarono secondo questa modalità, sebbene il "giallo" (almeno per come lo avremmo poi conosciuto dalle storiche edizioni Mondadori dalla caratteristica copertina) sia rimasto a lungo fortemente sottostimato dalla critica.


Resta tuttavia intatto il mistero, ed è di estremo interesse che una ricercatrice italiana abbia ripescato questa lettera, la quale racchiude in sé un vero e proprio colpo di clava e un monito incredibile per la società contemporanea e per ogni tempo.


L'intervento del nostro associato ci ricorda come la filologia non sia mai una disciplina polverosa fine a se stessa, ma uno strumento vivo capace di dialogare con le criticità del nostro presente, riaprendo interrogativi fondamentali sul valore della trasmissione del sapere. Il dibattito resta aperto a ulteriori contributi e approfondimenti da parte dei lettori.


GIANCARLO D'ABBABBO è collaboratore di Hub Letteratura nel settore degli studi classici, con particolare attenzione al greco e al latino.

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