elegia A PERICLE
- Salvatore Caligaris

- 14 ott 2025
- Tempo di lettura: 2 min
C’è un momento, nella poesia greca arcaica, in cui l’epica smette di celebrare gli eroi immortali e inizia a parlare degli uomini veri, delle loro perdite e della loro capacità di resistere. È il momento di Archiloco di Paro, poeta e guerriero del VII secolo a.C., figura chiave nella transizione tra la parola epica e la lirica personale e civile. Tra i suoi frammenti, l’elegia per Pericle (fr. 13 West) è una delle più intense: un componimento che trasforma un lutto collettivo in un discorso sulla dignità e sulla sopportazione.
κήδεα μὲν στονόεντα Περίκλεες οὔτέ τις ἀστῶν μεμφόμενος θαλίῃς τέρψεται οὐδὲ πόλις·
L’elegia nasce probabilmente da un evento reale: un disastro navale che colpì la comunità di Paro, forse durante una spedizione militare o coloniale. Archiloco non descrive la battaglia né il naufragio; parla del vuoto che resta. Il mare, definito “dal fragore infinito” (πολυφλοίσβοιο θαλάσσης), non è più sfondo naturale ma presenza viva, potenza distruttiva e indifferente, degna di un poema omerico ma al servizio di una tragedia umana. Il dolore qui non è solo raccontato: è fisico, quasi soffocante. I “polmoni gonfi di dolore” evocano la fatica di respirare dopo un trauma, la stretta del lutto che non lascia tregua.
τοίους γὰρ κατὰ κῦμα πολυφλοίσβοιο θαλάσσης ἔκλυσεν, οἰδαλέους δ' ἀμφ' ὀδύνῃς ἔχομεν πνεύμονας.
Dopo il lamento, il tono cambia: Archiloco introduce una riflessione morale. Gli dèi, dice, non eliminano i mali incurabili, ma hanno donato agli uomini un rimedio: la “forte sopportazione” (κρατερὴ τλημοσύνη). È un capovolgimento radicale. Non c’è promessa di consolazione o di giustizia, solo la forza di resistere. Il dolore non si vince, si porta. E questa capacità di portarlo, di non lasciarsi distruggere, è la vera medicina. È una saggezza amara, ma profondamente umana: la stessa che ritroveremo secoli dopo nella tragedia attica.
ἀλλὰ θεοὶ γὰρ ἀνηκέστοισι κακοῖσιν, ὦ φίλ', ἐπὶ κρατερὴν τλημοσύνην ἔθεσαν φάρμακον.
Poi il poeta riporta tutto al presente: “ora a noi è toccato”, dice, ma sa che domani toccherà a qualcun altro. La sofferenza passa di mano in mano come una staffetta inevitabile. E l’invito finale — “sopportate, respingendo il lutto femmineo” — non è solo un richiamo alla virilità, ma un’esortazione al controllo, alla compostezza che salva la comunità dal disgregarsi. In un mondo dove il dolore collettivo rischia di dissolvere il corpo civico, mantenere la misura diventa un atto politico.
In questa elegia convivono fatalismo e solidarietà, pietas e disciplina. Archiloco non parla più per sé, ma per tutti: il suo canto diventa un farmaco verbale, una cura simbolica. Trasforma la disperazione in linguaggio, il caos emotivo in forma. Anche il ritmo del distico elegiaco, con le sue simmetrie e i suoi contrasti (μὲν… δέ, οὔτε… οὐδέ), funziona come un respiro regolare che tenta di domare l’affanno.
ἄλλοτε ἄλλος ἔχει τόδε· νῦν μὲν ἐς ἡμέας ἐτράπεθ', αἱματόεν δ' ἕλκος ἀναστένομεν, ἐξαῦτις δ' ἑτέρους ἐπαμείψεται.
Nel frammento a Pericle si vede il volto più alto della poesia arcaica: quello che rielabora il linguaggio epico per dare voce al presente, che unisce pathos e misura, dolore e ragione. È una poesia che non consola, ma aiuta a reggere il peso. E in questo, come dice Archiloco stesso, è davvero una medicina — la più antica e ancora la più necessaria.
ἀλλὰ τάχιστα τλῆτε, γυναικεῖον πένθος ἀπωσάμενοι.





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