L'abbraccio impossibile: un motivo epico da Omero a Dante
- Salvatore Caligaris

- 26 feb
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Aggiornamento: 5 giorni fa
Tra i motivi più persistenti e riconoscibili della tradizione letteraria occidentale vi è quello dell’abbraccio mancato tra un vivente e un’ombra. Si tratta di una scena apparentemente semplice, costruita su un gesto umano elementare — l’abbraccio — che tuttavia diventa impossibile quando uno dei due interlocutori appartiene al mondo ultraterreno. Questo topos attraversa in modo sorprendentemente coerente tre opere fondative della cultura europea: l’Odissea di Omero, l’Eneide di Virgilio e la Divina Commedia di Dante. Nei tre testi ricorre non solo la medesima situazione narrativa, ma anche una struttura formale quasi identica: il protagonista tenta tre volte di stringere l’apparizione e per tre volte questa sfugge alle sue mani, dissolvendosi come sogno o ombra.
Il modello originario si trova nel libro XI dell’Odissea, durante la catabasi di Odisseo. Nell’incontro con la madre Anticlea, l’eroe vive uno dei momenti più intensamente umani del poema: il desiderio di ristabilire un contatto fisico con la figura materna. Odisseo si slancia tre volte verso di lei, ma ogni tentativo fallisce, poiché l’anima dei morti è priva di consistenza corporea e “vola via come un’ombra o un sogno”. Il gesto assume qui un valore rivelativo. Attraverso l’esperienza concreta del fallimento, il protagonista comprende la natura dell’Ade omerico: un regno di immagini svuotate di vita, dove sopravvive la memoria dell’identità ma non la sua sostanza materiale. L’impossibilità dell’abbraccio diventa quindi conoscenza della condizione dei morti e, insieme, manifestazione della fragilità umana di fronte alla separazione definitiva.
Nel libro II dell’Eneide (vv. 791-794), Virgilio riprende esplicitamente il modello omerico della triplice iterazione nel racconto della notte della caduta di Troia, ma lo applica all’episodio del simulacrum di Creusa. Dopo averla smarrita durante la fuga dalla città in fiamme, Enea torna tra le rovine per cercarla; qui gli appare la sua immagine, più grande e luminosa del reale, che gli parla per rassicurarlo e rivelargli il destino che lo attende.
L’eroe tenta per tre volte di abbracciarla, cercando di cingerle il collo, ma per tre volte la figura svanisce tra le sue mani, «pari ai venti leggeri e assai simile al sonno fugace». Il richiamo al celebre episodio dell’Odissea, in cui Odisseo prova invano ad abbracciare un’ombra nel mondo dei morti, è evidente sia nella ripetizione triplice sia nella similitudine
onirica.
Tuttavia, il significato della scena cambia profondamente. Non siamo di fronte a una semplice esperienza della morte già compiuta, ma a una visione collocata in uno spazio liminale, tra perdita personale e rivelazione profetica. Creusa non rappresenta soltanto ciò che Enea ha perduto: attraverso le sue parole orienta l’eroe verso il futuro, annunciandogli l’esilio e la nuova patria destinata a lui. L’abbraccio impossibile diventa così il segno simbolico della separazione definitiva da Troia e dalla dimensione privata dell’eroe, trasformando il dolore individuale nel primo passo della missione storica che condurrà alla nascita di Roma.
Quando Dante, nel Purgatorio II (vv. 76-81), descrive l’incontro con l’amico Casella, la memoria classica riemerge in modo consapevole e dichiarato. Anche qui il poeta tenta tre volte l’abbraccio e tre volte le mani tornano vuote al petto: “Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!”. La ripresa non è un semplice omaggio letterario, ma un atto di riscrittura culturale. Dante eredita il motivo epico e lo inserisce nella propria visione teologica dell’aldilà cristiano. Le anime del Purgatorio possiedono forma visibile ma non corporeità fisica: sono realtà intermedie, destinate alla futura resurrezione dei corpi. L’impossibilità del contatto diventa dunque coerente con la dottrina cristiana e, allo stesso tempo, occasione di riflessione antropologica sulla natura dell’identità umana dopo la morte.
Rispetto ai modelli antichi, Dante introduce inoltre un elemento decisivo: la dimensione autobiografica e affettiva. Odisseo incontra la madre, Enea il padre; Dante incontra un amico musicista, figura della propria memoria personale e della vita fiorentina perduta. Il topos epico viene così interiorizzato e quasi liricizzato. L’abbraccio mancato non riguarda più soltanto la conoscenza dell’oltretomba o la fondazione di un destino storico, ma la nostalgia dei legami umani e la continuità dell’amicizia oltre la morte.
La triplice ripetizione del gesto merita particolare attenzione. Nella tradizione epica il numero tre conferisce solennità e ritmo rituale all’azione, segnando il compimento di un’esperienza. Dante, tuttavia, amplifica ulteriormente il valore simbolico del numero, caricandolo di risonanze trinitarie e spirituali. Il fallimento reiterato non indica soltanto impossibilità fisica, ma educazione progressiva dello sguardo: il vivente deve imparare ad accettare una forma di relazione diversa, non più corporea ma spirituale.
In tutti e tre i testi, dunque, l’abbraccio impossibile funziona come momento di passaggio. Per Odisseo è presa di coscienza della morte; per Enea è svolta storica e fondativa; per Dante è tappa del cammino di purificazione e comprensione dell’ordine divino. La straordinaria continuità formale del motivo dimostra la forza della memoria letteraria: Dante non imita passivamente i classici, ma dialoga con essi, trasformandone il significato alla luce della propria epoca.
L’immagine dell’ombra che sfugge alle mani attraversa così più di due millenni di poesia mantenendo intatta la sua potenza emotiva. Il gesto dell’abbracciare — il più naturale tra gli atti umani — diventa paradossalmente il segno più evidente del limite che separa i vivi dai morti. E proprio in questo limite, continuamente riproposto e reinterpretato, si manifesta la continuità profonda della tradizione occidentale: una catena di testi che, pur cambiando lingua, religione e visione del mondo, continuano a interrogarsi sul rapporto tra memoria, affetto e perdita.
Questo contributo fa parte di una serie di studi dedicati alla continuità della tradizione classica nella letteratura europea. La diffusione è consentita esclusivamente per finalità di studio, ricerca e insegnamento, con obbligo di citazione dell’autore e della sede di pubblicazione.Per citazioni, ristampe o utilizzi editoriali è richiesta preventiva autorizzazione della redazione: redazione@hubletteratura.it.
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