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Image by Mauro Grazzi

Il flusso della coscienza umana

  • Immagine del redattore: TomB
    TomB
  • 9 set 2025
  • Tempo di lettura: 2 min

In un pomeriggio come un altro, un caro amico mi inviò per messaggio un video di qualche secondo. Il contenuto? Semplice. I rami di un albero, illuminati dal tramonto, che si muovevano seguendo la leggera brezza che aleggiava per la montagna. Fu allora che mi ricordai del pino che sovrasta tutt’oggi la piccola casa di mia nonna e di tutte le volte che ho visto il tramonto spegnersi all’orizzonte mentre la resina, ahimé, mi gocciolava addosso come se provenisse da un rubinetto con qualche perdita occasionale. Così iniziò un flusso di ricordi e sensazioni che, solo a ripensarci, sembrava che mi accarezzassero il volto proprio come faceva mia madre. Fa strano pensare che bastino pochi secondi per far fuoriuscire un fiume d’anni di vita che rimangono sepolti tra le altre millemila vicissitudini che dipingono il nostro passato.Eppure, nei primi anni Venti del 900’, a seguito della crisi di tutte le più grandi certezze che l’uomo ebbe nel corso della storia, uno stile di scrittura, che sfociò nel mondo con il nome di “flusso di coscienza” (Stream of Consciousness), fu in grado di replicare quel “fiume di pensieri” che ogni tanto ci inonda la mente. Furono vari gli scrittori che provarono a cimentarsi in questo stile così caotico e sperimentale ma solo alcuni raggiunsero una certa fama: Virginia Woolf, grazie a “Mrs Dalloway”, poi James Joyce, autore di “The Dubliners” e “Ulysses”, e infine Italo Svevo (Aron Hector Schmitz) e Luigi Pirandello, coloro che scrissero, rispettivamente, “La coscienza di Zeno” e “Uno, nessuno e centomila”. In particolar modo, è possibile vedere il flusso “grezzo” e senza freni all’interno degli ultimi capitoli di “Ulysses”, dove la mente di una dei tre protagonisti viaggia attorno al globo al solo pensare di un colore, di un profumo, una qualche sensazione che continua inconsciamente ad associare ad altre immagini e situazioni già viste e vissute, tutte descritte senza punteggiatura così da simulare lo scorrere perpetuo dei pensieri. Negli altri libri viene fatto un lavoro più strutturato, discorsivo, convenzionale e meno audace di quello condotto da Joyce. Nessuno di questi però risulta meno degno di essere definito un vero e proprio capolavoro.


La letteratura aveva finalmente colto il nuovo concetto di coscienza umana.


 
 
 

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