Il mito come infrastruttura simbolica nelle Leggi di Platone
- Salvatore Caligaris

- 29 nov 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Nel libro X delle Leggi, Platone ci regala uno dei passaggi più affascinanti e sottili dell’intera opera, un frammento che a prima vista sembra parlare solo di miti e credenze infantili, ma che in realtà apre una finestra potentissima sulla struttura educativa, affettiva e politica della città antica. Il filosofo, con la sua solita ironia severa, esprime una forte antipatia verso coloro che hanno smarrito la fede nei racconti ascoltati da bambini, nelle narrazioni che le madri ripetevano quasi fossero formule magiche, un po’ giocando e un po’ con gravità rituale. Il tono è quasi indignato, ma dietro questa indignazione si nasconde un’analisi profonda: la perdita della fede mitica non è soltanto un fatto individuale, ma un segnale della disgregazione dell’intero progetto comunitario.
Ciò che colpisce immediatamente è la consapevolezza platonica della dimensione affettiva del mito. Il testo non parla di dottrine né di dimostrazioni, ma di impressioni, di dolcezza, di immagini rituali che i bambini interiorizzano quando ancora non dispongono di un pensiero pienamente formato. È un’infanzia immersa nella sacralità, dove la narratività mitica si intreccia ai gesti dei genitori assorti nelle preghiere. Platone sottolinea un dettaglio quasi cinematografico: i piccoli osservano gli adulti che, con devozione totale, dialogano con “gli dèi che esistono davvero”. L’autenticità dell’atto religioso, l’emozione dei genitori, la ripetizione delle formule, tutto concorre a costruire un ambiente che incide profondamente sul carattere e sulla sensibilità morale del bambino.
Oggi potremmo dire che Platone sta descrivendo il funzionamento di un vero e proprio imprinting simbolico: prima che la ragione si sviluppi, la comunità scolpisce nell’animo dei suoi membri una base emotiva di fiducia, rispetto e meraviglia verso l’ordine divino del mondo. Non servono argomentazioni, perché il mito opera attraverso atmosfera, corporeità, ritualità condivisa. È una forma di educazione pre-discorsiva, che modella la percezione del reale e predispone alla futura comprensione del logos.
Ma il filosofo non si ferma qui: quel che sta dicendo non riguarda solo la psicologia infantile, bensì l’intero sistema politico. La città platonica ha bisogno di cittadini convinti che gli dèi esistano, che si occupino degli affari umani, che diano forma a un ordine morale inscritto nel cosmo. Senza questo sfondo, la legge perde il suo fondamento: diventa un’imposizione esterna, non l’espressione di una giustizia che riflette l’armonia universale.
Ecco perché chi abbandona i miti non è un semplice spirito critico o un libero pensatore ante litteram: è qualcuno che, agli occhi del legislatore, mina la stabilità stessa della pólis. La fede nel mito funge da collante sociale; la sua perdita mette in crisi la trasmissione intergenerazionale dei valori e rompe il fragile equilibrio su cui si regge la convivenza.
Il punto, però, non va frainteso. Platone non è ingenuo: sa benissimo che i miti non sono veri nel senso in cui lo è una dimostrazione matematica. Eppure ne difende la necessità. Il motivo è intuitivo e sofisticato allo stesso tempo: il mito ha un valore performativo. Non descrive semplicemente il mondo, lo costituisce sul piano del senso. Genera un immaginario comune, plasma le attese morali, orienta affetti e comportamenti. È, in termini moderni, una tecnologia simbolica che rende possibile la vita politica. Senza un orizzonte condiviso di narrazioni fondative, la città non può durare, perché non può formare cittadini capaci di riconoscersi in un destino comune.
La potenza di questo passaggio sta proprio nell’intreccio tra pedagogia e politica. La crisi della fede mitica non è la vittoria della ragione autonoma, ma un vuoto. Quando i cittadini smettono di credere ai racconti sacri che hanno dato forma alla loro infanzia, nulla prende automaticamente il posto di quei racconti. Ciò genera un disincanto radicale che, lungi dall’elevare l’uomo, lo lascia privo di radici simboliche. È come se Platone stesse dicendo: senza mito, la città perde la propria memoria emotiva, e senza memoria emotiva non esiste più una comunità ma solo individui sganciati l’uno dall’altro.
In questo senso, la tua pagina platonica è quasi profetica. Anticipa temi che ritorneranno nella sociologia di Durkheim, nell’analisi del mito politico in Cassirer, nelle teorie contemporanee sulla funzione narrativa delle istituzioni. Ogni società ha bisogno di storie che diano senso all’esperienza comune; il mito, lungi dall’essere un residuo arcaico, è una struttura portante. Platone, con lucidità implacabile, ci ricorda che l’uomo non è solo animale razionale ma anche animale narrativo, e che una città che non sa più raccontarsi non sa più governarsi.
Alla fine del passo, resta l’impressione che Platone stia difendendo non tanto credenze religiose particolari quanto il potere stesso della narrazione condivisa. Questa narrazione non è un inganno, è la base emotiva, morale e politica della polis. È il modo attraverso cui la comunità si trasmette, con dolcezza e ritualità, da una generazione all’altra.





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