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Image by Mauro Grazzi

L'uomo, il mito e l'infinito

Cosa può fare l’uomo non eterno, per sempre non eterno, di contro al suo destino di mortale? Questo l’uomo lo ha capito e lo ha interpretato in ogni epoca coi mezzi che aveva. Non dobbiamo credere che il grado di civiltà raggiunto possa aumentare o diminuire la consapevolezza della finitudine e il dolore conseguente. L’uomo si è sempre chiesto perché l’essere umano “scade” col tempo e muore. Lo dimostra il modo in cui, sin dai primordi, ha cercato delle risposte a questo suo doloroso stupore. E le risposte le ha cercate con quello che la sua epocale condizione gli offriva.


In fondo una cosa però unisce l’uomo primordiale al moderno: la capacità di uscire dall’immanente proiettandosi verso il trascendente. L’uomo è per natura metafisico e filosofo. Tutto ciò è scritto in modo indelebile nella mitologia, che è la più grande arte di mentire, dove la menzogna altro non è se non invenzione. In fondo tutta la nostra arte, la letteratura nelle sue varie dimensioni liriche o teatrali o epiche che a dir si voglia, cos’altro rappresenta se non l’arte del mentire, del sovrapporre all’immanente, alla cruda realtà, un trascendente che nessuno ha visto realmente ma che riesce a creare con l’immaginazione?


I Greci lo chiamavano entusiasmo ed era ispirazione divina. E il divino stesso cos’è se non immaginazione, una sorta di antropomorfizzazione di ciò che è fuori dal visibile, dal percepibile dell’umano, dal corruttibile, dal “finito”? Di contro al finito l’uomo crea l’infinito, di contro alla morte l’eternità, di contro alle misere spoglie la resurrezione e la rinascita. Ed ecco che, se questo non può avvenire su questa terra, lui lo solleva in alto, in cielo, in un iperuranio dove tutto è possibile: basta volerlo con la mente. Il possibile allora diventa credo, diventa fede, diventa religione.


Noi crediamo che la religione sia una creazione nuova rispetto al paganesimo: dividiamo l’età pagana da quella cristiana come se prima, nei secoli ante Christum natum, non ci fosse stata una religione, perché si credeva in divinità false, inventate. In realtà la religione inizia col mito: il mito stesso lo è. Il mito è storia sacra, dalla quale è discesa ogni ulteriore pratica religiosa e credenza. Cristo ha “umanizzato” le antiche credenze; Dio, per il credente, si è fatto Uomo. Ma non voglio entrare in questioni di Alta, anzi Altissima Teologia: quello è un ambito che non mi compete.


Per rientrare nella territorialità del mito, ribadisco come sia limitante e limitativo separare, nell’ambito artistico, i generi lirica, epica e tragedia dal mito. Ciò perché essi generi si nutrono di mitologia, chi più chi meno, e la mettono in scena come patrimonio contenutistico delle loro esibizioni artistiche attraverso i canali comunicativi della semplice stesura cartacea o attraverso la mimesis sul palco. Quindi parlare del mito come mancante di un genere non è poi propriamente esatto, in quanto, laddove noi non lo releghiamo circoscrivendolo in un’età limitata, il mito è un genere a sé stante per natura, a cui gli altri attingono.


Che poi la mitologia, non avendo un suo palco, si sia canalizzata verso lo spettatore attraverso l’epica, la tragedia ecc., non significa che essa debba essere considerata un genere non “colto” e quindi non studiato. Forse questo è un pregiudizio della critica contemporanea, che la relega in un settore popolaresco, al pari del folklore e della tradizione siciliana, e perciò non degna di studi “onorevoli”.


In realtà la mitologia, nel mondo antico, è stata sicuramente la regina delle arti, visto che è stata musa ispiratrice. Basti per tutti l’esempio di Dante. L’ha forse trascurata? O l’ha inserita nel suo cristianissimo poema della Speranza e della Resurrezione, che porta il nome di Commedia?


Bisogna sicuramente dare un input a percorsi di studi inerenti tale disciplina, perché tale è, ed è sempre un cantiere inesauribile di conoscenza e riflessione.


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