La plebe al Palatino
- Salvatore Caligaris

- 27 ott 2025
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Nel primo libro delle Historiae, Tacito racconta uno dei momenti più caotici e drammatici della storia romana: l’anno dei quattro imperatori, il 69 d.C., un periodo in cui il potere passava di mano con rapidità brutale, segnato da tradimenti, colpi di stato e guerre civili. Roma, al centro di questa tempesta politica, non è più la città ordinata della tradizione repubblicana né la capitale serena dell’Impero augusteo: è diventata un’arena di passioni collettive e di interessi privati, dove la folla si muove come una forza incontrollabile e priva di direzione.
È in questo contesto che Tacito pronuncia la frase Vniuersa iam plebs Palatium implebat, all’inizio del capitolo 32 del primo libro. Siamo nei momenti immediatamente successivi alla morte di Galba e all’ascesa di Otone, uno dei tanti imperatori effimeri di quell’anno convulso. La folla romana, confusa e incostante, si raduna al Palatino chiedendo la morte di Otone e dei congiurati che avevano partecipato al delitto. Non si tratta, però, di una mobilitazione politica nel senso moderno del termine: la plebe non si muove per ideali, ma per impulso, per imitazione, per contagio emotivo. Tacito la descrive come una massa rumorosa, che urla “ut si in circo aut theatro ludicrum aliquod postularent” — come se stesse chiedendo uno spettacolo, non un atto di giustizia.
L’immagine è potentissima e spietata. L’accostamento tra plebs e Palatium non è casuale, ma costruito per colpire: due parole che appartengono a universi opposti si toccano, creando una frattura simbolica. Il Palatino è la collina del potere, la sede imperiale, il luogo in cui si concentra la maestà del princeps. È il cuore dell’ordine politico e religioso di Roma. La plebe, invece, rappresenta l’opposto: la moltitudine anonima, il caos urbano, la base sociale priva di potere, che vive di pane e di spettacoli.
Quando Tacito scrive che la plebe “riempiva il Palatino”, non sta solo descrivendo un fatto: sta componendo un quadro morale e politico. La plebe che invade il palazzo imperiale è la rappresentazione della disgregazione del potere stesso. La separazione tra chi governa e chi è governato — che per Tacito è essenziale all’equilibrio dell’Impero — si dissolve in un miscuglio indistinto, dove il popolo entra nello spazio del sovrano non per prenderne il posto, ma per svilirlo.
In questa scena, il Palatino perde la sua aura. Non è più il centro sacro del potere, ma uno spazio profanato, contaminato dal frastuono delle masse. La plebe non vi entra per partecipare al governo, ma per assistere al suo spettacolo finale: quello della violenza e della morte. Il linguaggio teatrale scelto da Tacito — ludicrum, circus, theatrum — sottolinea proprio questo aspetto: la politica è diventata spettacolo, e il popolo non è più cittadino, ma pubblico.
Tacito non idealizza mai il popolo romano. Nelle Historiae, la plebe è costantemente descritta come volubile, passionale, incapace di giudizio. La sua voce non è quella della libertà, ma dell’istinto. Nel caso di plebs Palatium implebat, questa incapacità si mostra in forma estrema: la plebe, pur essendo fisicamente nel luogo del potere, resta mentalmente distante da ogni responsabilità politica. Non entra nel palazzo come soggetto, ma come folla; non per deliberare, ma per chiedere “caedem Othonis”, la morte come spettacolo.
La frase successiva di Tacito — neque illis iudicium aut veritas — è una sentenza senza appello: “in loro non c’era giudizio né verità”. È il marchio di una società che ha perso il senso della realtà politica, e che vive di emozione collettiva. E quando l’emozione collettiva invade il Palatino, significa che anche il potere ha perso la sua legittimità, perché si fonda ormai su consenso momentaneo, su applausi e acclamazioni.
In questo passo, dunque, plebs e Palatium diventano due poli che si attraggono e si distruggono a vicenda. La plebe profana il palazzo, ma il palazzo — il potere stesso — è ormai talmente corrotto e teatrale da meritare quella profanazione. È un incontro che non produce né rivoluzione né rinnovamento, ma solo la constatazione della decadenza.
Tacito, con il suo tono grave e disilluso, offre così una delle più lucide rappresentazioni delle masse nella storia della letteratura latina: non come forza vitale, ma come sintomo della crisi. La plebs Palatium implebat è un’immagine che racchiude tutto il destino di Roma dopo Augusto: un popolo che ha perso la libertà e un potere che ha perso l’autorità, uniti nel medesimo spettacolo della rovina. In quella folla che riempie il palazzo, Tacito ci mostra l’Impero non nel suo splendore, ma nel suo tramonto, quando la plebe e il potere si confondono fino a non distinguersi più — e la politica, ormai, non è che teatro per una città stanca.
Per pienezza di informazioni presentiamo il passo completo:
Vniuersa iam plebs Palatium implebat, mixtis seruitiis et dissono clamore caedem Othonis et coniuratorum exitium poscentium ut si in circo aut theatro ludicrum aliquod postularent: neque illis iudicium aut ueritas, quippe eodem die diuersa pari certamine postulaturis, sed tradito more quemcumque principem adulandi licentia adclamationum et studiis inanibus. [2] Interim Galbam duae sententiae distinebant: Titus Vinius manendum intra domum, opponenda seruitia, firmandos aditus, non eundum ad iratos censebat: daret malorum paenitentiae, daret bonorum consensui spatium: scelera impetu, bona consilia mora ualescere, denique eundi ultro, si ratio sit, eandem mox facultatem, regressum, si paeniteat, in aliena potestate.





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