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Editoriale: Intervista a Cristoforo Gorno

Nove edizioni su Rai Storia, cinque programmi televisivi su diverse reti e una lunga esperienza nel campo della divulgazione: Cristoforo Gorno è oggi una delle voci più riconoscibili della divulgazione storica e culturale in televisione.


Laureato in Lettere Classiche e specializzato in Mitologia Greca, Gorno ha dedicato gran parte della sua attività professionale alla riscoperta e alla narrazione del mondo antico, riuscendo a rendere temi complessi accessibili a un pubblico ampio, senza rinunciare al rigore e alla profondità dello studio.


Autore di numerose pubblicazioni, è recentemente tornato in libreria con Dioniso. Il dio dei misteri, il suo ultimo lavoro, dedicato a una delle figure più affascinanti e controverse del pantheon greco.


Per Hub Letteratura abbiamo avuto il piacere di incontrarlo e di rivolgergli alcune domande, elaborate da Salvatore Caligaris, founder della pagina, sul rapporto tra ricerca, divulgazione e cultura classica, e, naturalmente, sul suo ultimo libro.


Ecco che cosa ci ha raccontato.


Lei si muove in una posizione particolare, al confine tra il lavoro degli studiosi e quello della comunicazione. Da una parte c'è la ricerca accademica, spesso molto specialistica; dall'altra la necessità di parlare a un pubblico vasto. Quali sono le responsabilità di un divulgatore quando deve tradurre anni di studi in un racconto accessibile? E dove si colloca, secondo lei, il confine oltre il quale la semplificazione rischia di trasformarsi in distorsione? 

«Non parlerei di responsabilità, piuttosto di condivisione delle storie che ci appassionano, di desiderio di trasmetterle a quante più persone possibile in modo che, per usare un termine accademico, si gettino semi di conoscenza. Per questo, rispondo per me, cerco di usare un linguaggio diretto e conciso, sforzandomi, allo stesso tempo di stare lontano dalle frasi fatte. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda secondo me distorsione significa falsificazione e disonestà.»

In un'epoca in cui il dibattito pubblico tende a semplificare il passato in slogan o giudizi morali immediati, quanto è importante recuperare la complessità delle persone che hanno vissuto quei contesti storici?


«Credo che il modo migliore per recuperare la complessità sia dare voce ai protagonisti e alle protagoniste delle storie del passato. Per questo nei programmi che faccio do tanta importanza alle fonti, sia letterarie che iconografiche. Per esempio, nella Vita dei Cesari Svetonio racconta che la sera prima delle Idi di marzo Giulio Cesare è a cena da amici, l’argomento di conversazione è come ciascuno vorrebbe la sua morte. Giulio Cesare risponde ‘rapida e inaspettata’, ecco, una frase del genere dice secondo me molto di più sul carattere di Cesare che lunghe interviste a specialisti.»
Cristoforo Gorno
Cristoforo Gorno

A distanza di duemila anni continuiamo a tornare a Roma per comprendere il potere, la politica, il diritto, perfino la comunicazione pubblica. Secondo lei, questo interesse nasce da una reale vicinanza tra il nostro mondo e quello romano oppure dal fatto che, guardando Roma, finiamo per proiettare sul passato le nostre domande contemporanee? 


«Almeno per la cosiddetta civiltà occidentale, Roma rappresenta l’archetipo dell’impero a vocazione universale e gli imperi successivi lo hanno preso a modello ideale. Per fare due esempi l’inno più popolare all’apice dell’impero britannico era "Rule, Britannia" e la scelta di usare il latino Britannia parla chiaro. Allo stesso modo la sede delle camere degli Stati Uniti si chiama Capitol Hill, Campidoglio. Il lato negativo dei continui riferimenti a Roma antica è il suo uso strumentale per giustificare una supposta superiorità culturale e guerre di conquiste. Del resto il lato oscuro dell’imperialismo lo aveva ben presente Tacito quando, a proposito dei Romani, mette in bocca al capo caledone Calgaco una frase famosissima: fanno il deserto e lo chiamano pace. »

Una domanda forse un po’ meno istituzionale sorge spontanea: qual è il suo imperatore preferito? 

«Direi Claudio, imperatore quasi suo malgrado, tollerante, aperto, come testimonia la Tavola di Lione in cui difende la necessità di ammettere alle cariche pubbliche e al senato i notabili della Gallia Comata e per farlo elogia la natura meticcia della Roma delle origini. Soprattutto grande storico, autore di una storia di Cartagine e di una storia degli Etruschi, opere corpose andate purtroppo perdute, ma anche qui, la scelta di dedicare i suoi studi e la sua opera ai popoli sconfitti la dice lunga sulla personalità aperta di Claudio.»

 Le nuove generazioni incontrano spesso la storia attraverso contenuti brevi, social network e piattaforme digitali. Questo fenomeno viene talvolta guardato con sospetto, ma può rappresentare anche un'opportunità. Come valuta l'evoluzione della divulgazione storica negli ultimi anni? E quali caratteristiche dovrebbe possedere oggi un narratore della storia per dialogare efficacemente con un pubblico sempre più frammentato e abituato a linguaggi diversi? 

« contenuti brevi, social e piattaforme digitali non fanno paura, anzi, sono una chiave per innescare la voglia di approfondire. Su youtube ci sono molti podcast assolutamente seri che raccontano la storia sia passata che contemporanea con interventi di studiosi e studiose autorevoli e richiamo corretto alle fonti. Il pericolo è casomai l’ingovernabile sfera di cialtroneria e di uso strumentale a fini propagandistici, alimentato da algoritmi che offrono contenuti mirati agli utenti. Per dire, se uno è razzista l’algoritmo gli offrirà contenuti che sostengono la sua visione. Purtroppo contro questo aspetto non si può fare molto se non contrastarlo con la divulgazione corretta o quantomeno, come si diceva, onesta. »

Abbiamo affrontato soprattutto la sua attività legata alla storia, ma lei ha una formazione in Lettere Classiche, con una specializzazione in mitologia greca e storia delle religioni antiche, giusto? In che modo, nel suo lavoro, si intrecciano mito e storia? 

«Il mito è molte cose: religione, società, invenzione fantastica, politica, una maniera dei popoli antichi di conservare la propria memoria. I miti sono un filtro per me essenziale per capire l’antichità e noi stessi. Di recente ho fatto un Tedx Talk con tra i vari argomenti i miti classici e le migrazioni e l’Iliade e il genocidio in Palestina, per  evitare il rischio di pomposità, dal momento che questa è una pubblicazione online, rimando al link per chiunque voglia sapere come vedo l’intreccio tra miti e storia https://www.youtube.com/watch?v=AIlYK1ovxk8&t=85s»


Lei ha, nel 2025, pubblicato per Giunti Dioniso. Il dio dei misteri. La nascita di Dioniso è raccontata come una frattura radicale: prima la distruzione per mano del fulmine, poi una seconda gestazione dentro Zeus. In che modo questa idea di “doppia nascita” cambia il modo in cui possiamo leggere l’identità di una divinità (o di un essere umano) nel mondo greco?

«Secondo il mito Dioniso nasce da un fulmine. Zeus sceglie come amante la principessa tebana Semele. Per non farle del male si unisce a lei stando attento a non dispiegare tutta la sua potenza. Era, la gelosa moglie di Zeus, stuzzica Semele: ma come- le dice- fai l’amore con il re degli dei e non vuoi sapere di cosa è capace? La ragazza ci casca, la potenza di Zeus si esprime con il fulmine e lei resta incenerita, Zeus raccoglie Dioniso tra le ceneri e se lo cuce nella coscia. Per molti il fulmine è una metafora del potere di Dioniso, la sua capacità di donare, nello spazio accecante di un lampo, la conoscenza assoluta, l’estasi, la capacità di uscire da sé (significato letterale di estasi) e abbracciare il senso dell’universo e della vita, una vita invincibile che, anche se incenerita, rinasce. Non bisogna dimenticare però che il dono di Dioniso, il lampo della visione, può essere distruttivo, può donare sapienza ma anche fare impazzire.»

Nel capitolo 5, “Le Baccanti a Tebe – Terzo coro delle Menadi”, il racconto prende la forma di una voce collettiva: “Chi siamo noi che lo seguiamo? Chi siamo noi che rimaniamo qui…”. In questo passaggio non c’è più un narratore esterno, ma un coro interno all’estasi. Perché ha scelto di far parlare le Menadi in prima persona, quasi come una coscienza unica, invece di raccontarle dall’esterno?

«Le Baccanti sono l’aspetto collettivo dell’esperienza dionisiaca, che si ottiene con il ritmo ossessivo della musica e delle danze. Quando sono in preda all’estasi indotta dal dio si muovono e si comportano come un organismo unico, le interpreta così Euripide nelle Baccanti, io non ho fatto altro che seguire la tradizione del mito.»

L’intervista con Cristoforo Gorno ci restituisce, in definitiva, un’idea della divulgazione come atto di condivisione e di conoscenza: non una semplice semplificazione del passato, ma un modo per renderne nuovamente udibili le voci, le contraddizioni e le domande.

Dalla storia di Roma al mito di Dioniso, dalle fonti antiche ai nuovi linguaggi digitali, emerge una convinzione fondamentale: il mondo antico continua a parlarci perché continua a porci domande. Sta a noi, oggi, imparare ad ascoltarlo senza trasformarlo in uno specchio delle nostre certezze, ma lasciandoci interrogare dalla sua complessità.

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È proprio in questo dialogo tra generazioni che si inserisce questa intervista: Salvatore Caligaris, sedici anni e founder di Hub Letteratura, ha incontrato attraverso le sue domande l’esperienza di un divulgatore che da anni porta la storia e il mondo antico al grande pubblico. Un confronto che dimostra come la passione per la cultura classica non abbia età e come le domande più autentiche possano nascere anche da chi si sta ancora formando.


Ringraziamo Cristoforo Gorno per la disponibilità e per aver condiviso con i lettori di Hub Letteratura il suo sguardo sul mondo antico, sulla divulgazione e sul mestiere, sempre attuale, di raccontare la storia.


Intervista a cura di Salvatore Caligaris, 16 anni, Founder di Hub Letteratura.


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