Lucrezio e Pirandello
- Salvatore Caligaris

- 6 lug
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«Nam veluti pueri trepidant atque omnia caecis
in tenebris metuunt, sic nos in luce timemus
interdum, nihilo quae sunt metuenda magis quam
quae pueri in tenebris pavitant finguntque futura.
Hunc igitur terrorem animi tenebrasque necesse est
non radii solis neque lucida tela diei
discutiant, sed naturae species ratioque.»[i]
In traduzione: ª«Infatti come i fanciulli nelle tenebre temono e hanno paura di tutto, così nella luce noi talvolta temiamo cose che non sono affatto più temibili di quelle che i fanciulli paventano nelle tenebre immaginandole imminenti. È dunque necessario che questo terrore dell’animo e queste tenebre siano dissipati non dai raggi del sole né dai fulgidi dardi del giorno, bensì dall’evidenza della dottrina naturale» [ii]
(trad. Luca Canali, La natura delle cose, BUR, Milano, 1994).
Il passo si inserisce in una struttura testuale e concettuale complessa, la cui interpretazione è resa difficoltosa da molteplici fattori. Come osserva Ivano Dionigi, la difficoltà del De rerum natura non deriva unicamente dalla natura didascalica del poema, ma anche da una «fenomenologia singolare e impegnativa» che comprende lacune testuali, corruzioni, sospette interpolazioni e problemi legati alla tradizione manoscritta, i quali hanno messo in discussione la compiutezza stessa dell’opera e imposto una riflessione sistematica sulla sua trasmissione. A ciò si aggiunge la complessità linguistica del testo, caratterizzata da novità lessicale, libertà sintattica, ricchezza morfologica e difformità metrica, elementi non sempre riconducibili a semplici esigenze stilistiche o espressive. [iii] All’interno di tale quadro, la ripetizione della sequenza concettuale che include il paragone tra fanciulli e adulti e la necessità della dissoluzione del terrorem animi attraverso la ratio ha suscitato un ampio dibattito critico. In particolare, la cosiddetta triade conclusiva («hunc igitur terrorem animi tenebrasque necesse est non radii solis neque lucida tela diei discutiant, sed naturae species ratioque») ricorre in più punti del poema (I, 146–148; II, 59–61; III, 91–93; VI, 39–41), preceduta in ciascun caso dalla medesima struttura comparativa tra bambini e adulti immersi nella paura.
Secondo l’interpretazione di Luca Beltramini, tale ricorrenza non è da intendersi come un semplice fenomeno di ripetizione o come indice di incompiutezza del poema, bensì come una precisa scelta compositiva di Lucrezio. L’insieme della sequenza — definita come una vera e propria eptade testuale — costituisce una sintesi particolarmente efficace del messaggio epicureo di liberazione universale. La triade finale, caratterizzata dalla presenza del termine necessest, assume i tratti di una gnōmē, ossia di una formula prescrittiva che condensa la funzione normativa e dottrinale del poema. La sua reiterazione in differenti sezioni del De rerum natura non sarebbe dunque accidentale, ma funzionale alla costruzione di un dispositivo poetico-filosofico coerente e deliberato In questa prospettiva, il passo lucreziano si configura come uno dei nuclei teorici fondamentali dell’intero poema: il terrorem animi non può essere dissolto né dalla luce fisica né dall’esperienza sensibile immediata, ma esclusivamente attraverso la conoscenza razionale della natura. La luce, pertanto, non possiede un valore meramente fenomenico, bensì epistemologico: essa coincide con la verità della ratio, unica in grado di liberare l’uomo dalle costruzioni illusorie della paura.
Su tale sfondo teorico si può collocare, in chiave comparativa, il racconto pirandelliano Ciaula scopre la luna, che costituisce un significativo contrappunto moderno alla concezione lucreziana del rapporto tra luce, conoscenza e paura. Nel testo di Pirandello, il protagonista, un giovane caruso impiegato nelle miniere, vive inizialmente una condizione di buio assoluto, inteso non solo in senso fisico, ma anche esistenziale e sociale, segnato dalla fatica, dalla marginalità e da una sostanziale esclusione dalla dimensione della conoscenza.
L’uscita dalla miniera e la conseguente visione della luna rappresentano un momento di rottura percettiva. Tuttavia, tale esperienza non si configura come un processo di comprensione razionale del reale, bensì come una manifestazione improvvisa e totalizzante dello stupore. Ciaula non interpreta ciò che vede, né lo riconduce a categorie concettuali; al contrario, ne è sopraffatto in termini emotivi e sensoriali, in una forma di esperienza immediata che sospende ogni mediazione cognitiva.
In tal senso, la luce lunare in Pirandello non svolge una funzione chiarificatrice o esplicativa, come avviene in Lucrezio, ma assume piuttosto un valore epifanico e perturbante. Essa non dissolve le tenebre attraverso la ragione, ma irrompe nell’esperienza soggettiva come evento che eccede la possibilità stessa della spiegazione. Se nel modello epicureo la luce coincide con la ratio liberatrice, nel racconto pirandelliano essa si configura come pura apparizione, che non ordina il reale ma lo intensifica nella sua dimensione emotiva.
Il confronto tra Lucrezio e Pirandello consente dunque di delineare due differenti paradigmi antropologici. Nel primo caso, l’essere umano è concepito come soggetto razionale chiamato a emanciparsi dalla condizione infantile attraverso il sapere filosofico. L’infanzia rappresenta una fase di ignoranza destinata a essere superata mediante l’acquisizione della conoscenza naturale, secondo un movimento ascendente che conduce dalla tenebra alla luce della ragione.
Nel secondo caso, invece, la dimensione infantile non è semplicemente una fase preliminare da oltrepassare, ma una componente strutturale dell’esperienza umana. L’uomo pirandelliano resta esposto a una condizione originaria di vulnerabilità percettiva, nella quale il reale non si lascia integralmente ridurre a categorie razionali. La verità, in questa prospettiva, non coincide con la spiegazione, ma con l’impatto immediato dell’esperienza, che si manifesta come stupore e disorientamento.
Ne deriva una duplice concezione della luce: in Lucrezio essa è principio di intelligibilità e liberazione, in quanto coincide con la ratio; in Pirandello essa è evento sensibile che non chiarisce ma rivela nella forma dell’irruzione emotiva. Nel primo caso, la luce dissipa l’errore attraverso la conoscenza; nel secondo, essa intensifica l’esperienza senza tradurla in sapere.
Il confronto tra i due autori non si risolve tuttavia in una semplice opposizione. Entrambi, seppure in forme diverse, interrogano il rapporto tra visibile e invisibile, tra apparenza e interpretazione del reale. Lucrezio affida alla ragione il compito di decifrare la natura, mentre Pirandello evidenzia la persistenza di una dimensione dell’esperienza che resiste alla piena concettualizzazione.
In conclusione, il dialogo implicito tra il De rerum natura e Ciaula scopre la luna permette di individuare due modalità complementari di accesso al reale: una fondata sulla razionalità esplicativa, l’altra sull’immediatezza dello stupore. Se in Lucrezio la verità è il risultato di un processo conoscitivo, in Pirandello essa si configura come evento dell’esperienza che eccede la spiegazione, ma non per questo perde valore conoscitivo, in quanto apre l’accesso a una dimensione più originaria del rapporto tra uomo e mondo.
[i] Lucrezio, De rerum natura, II, vv. 55–61
[ii] Trad. Luca Canali, La natura delle cose, BUR, Milano, 1994
[iii] V. Beltramini, Luca, “Alcune osservazioni su naturae species ratioque nel De rerum natura di Lucrezio (e una nota al testo)”, Philologus, 164, 2020, pp. 308–331, doi:10.1515/phil-2020-0109.
Bibliografia utile
Lucrezio, La natura delle cose, Bur, G. B. Conte, L. Canali, I. Dionigi (a cura di)
Beltramini, Luca, “Alcune osservazioni su naturae species ratioque nel De rerum natura di Lucrezio (e una nota al testo)”, Philologus, 164, 2020, pp. 308–331, doi:10.1515/phil-2020-0109.
Anche se non citati nel lavoro si raccomanda la lettura di
L. Canfora, Vita di Lucrezio, Sallerio editore, Palermo, 2024.
A. Brown, Machiavelli e Lucrezio. Fortuna e libertà nella Firenze del Rinascimento, Carocci editore, Roma, 2013


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