Non sono onde
- Salvatore Caligaris

- 12 set 2025
- Tempo di lettura: 3 min
La poesia Non sono onde di Alida Airaghi si presenta fin dall’incipit con un tono di negazione, quasi una dichiarazione di principio: “Non sono onde”. L’immagine scelta è semplice, quasi quotidiana, ma racchiude un nucleo allegorico potente. Il lago che non ha onde, che non si fa mai mare, diventa simbolo di una calma apparente, di un mondo che si ostina a rimanere immobile, incapace di trasformarsi, di rischiare, di scatenare tempeste. È una quiete che non consola, ma inquieta. L’acqua liscia non è garanzia di serenità, anzi rivela un coraggio mancato, un’incapacità di osare.
Non sono onde. Ne avrebbero forse
l´intenzione, increspature leggere,
rughe dell’ acqua, e basta.
Non sarà mai tempesta,
questo lago, scarso coraggio
di farsi mare: se accoglie un fiume,
lo placa, lo annulla in una quiete
casta. E cosí niente corse né fughe
di pesci, ma vaghi girotondi,
guizzi di piume d’ anatra in festa.
Bisogna aver paura di chi non sa osare:
laghi colline periferie.
Acque chete e profonde celano
malefici, stregonerie.
Il lago, nella tradizione letteraria, è spesso stato luogo di riflessione e raccoglimento: specchio dell’anima, superficie che riflette e custodisce. Airaghi capovolge questa visione e ne mostra il lato oscuro. Non è più il simbolo di un’intimità meditativa, ma diventa immagine di sterilità e di immobilismo. L’acqua che accoglie i fiumi e li placa, fino ad annullarli nella propria quiete “casta”, non nutre né moltiplica vita, ma assorbe e cancella la spinta vitale. È un lago che non genera movimento, ma lo neutralizza. Così anche i pesci non fuggono e non corrono, ma si limitano a girotondi vaghi; le anatre non migrano, ma guizzano in giochi effimeri. Tutto è ridotto a un moto minimo, chiuso, autoreferenziale, che esclude la dimensione dell’avventura, della lotta, del rischio.
La poesia prende quindi una svolta etica e psicologica quando afferma: “Bisogna aver paura di chi non sa osare”. Qui la descrizione del paesaggio lacustre smette di essere puro naturalismo e si trasforma in allegoria della condizione umana e sociale. Ciò che appare mite e tranquillo può nascondere insidie: le “acque chete e profonde” rimandano a un proverbio ben radicato nella cultura popolare, ma Airaghi ne esaspera il lato oscuro, sottolineando come la mancanza di coraggio e la rinuncia all’azione possano generare energie sotterranee e minacciose, “malefici, stregonerie”. Non è la tempesta a spaventare, ma la calma che nasconde. Non il mare aperto, che mostra chiaramente la sua forza, ma il lago immobile che cela oscurità insondabili.
Dal punto di vista stilistico, la forza del testo nasce da un lessico essenziale e diretto, che non indulge mai in complicazioni retoriche ma affida il proprio significato a immagini concrete e immediate. La struttura è tutta giocata sulla negazione e sull’assenza: non onde, non tempesta, non corse né fughe. Il lago è definito non da ciò che è, ma da ciò che non riesce a essere. Questa ripetizione della mancanza costruisce un ritmo cadenzato che accompagna il lettore dentro la delusione e la minaccia del non-accadere. La parola “casta”, riferita alla quiete del lago, aggiunge un ulteriore livello interpretativo: la castità è qui sinonimo di sterilità, di rinuncia, di purezza che però diventa aridità.
Airaghi costruisce così una riflessione che non è mai esplicitamente filosofica, ma lo diventa nel momento stesso in cui l’immagine naturale si carica di significato simbolico. Il lago non è soltanto un lago, ma diventa emblema di una condizione umana che rifiuta il rischio della vita per rifugiarsi in un’apparente serenità. La poesia invita a diffidare di quella calma, a leggere sotto la superficie levigata la potenzialità distruttiva. È un invito a non fidarsi delle apparenze e a considerare che ciò che non si muove, ciò che non si lascia turbare, possa nascondere una forza più pericolosa della
tempesta.
In questo senso, Non sono onde mette in scena un doppio paradosso. Da un lato, l’assenza di movimento sembra sinonimo di sicurezza: nessuna tempesta, nessun rischio, solo pace. Ma proprio questa sicurezza si rivela illusoria, e ciò che è immobile diventa insidioso. Dall’altro lato, l’energia e la vitalità non appartengono al lago calmo, ma al mare agitato: è il disordine, la turbolenza, a garantire vita e possibilità. L’invito implicito della poesia è quindi a scegliere il mare, a rischiare le tempeste, piuttosto che restare imprigionati in un lago che, per paura di osare, si condanna all’inquietudine e alla sterilità.
In definitiva, Airaghi non descrive soltanto un paesaggio naturale, ma ci offre una meditazione sulla paura del cambiamento e sull’inganno della quiete. Il lago che non diventa mai mare è l’immagine di un’esistenza chiusa, incapace di affrontare il rischio dell’apertura. E così la poesia si trasforma in ammonimento: diffidare delle superfici immobili, temere l’inerzia più della tempesta, perché dietro l’apparente calma possono nascondersi ombre, malefici, oscurità senza nome.





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