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Conoscere i Classici: Cratino versus Aristofane



L'articolo si pone l'obiettivo di indurre ad una dimostrazione argomentata sui luoghi comuni letterari, facendo riferimento al passo della commedia del tragediografo Cratino, Πυτίνη, La bottiglia. Vi e’ stato un filone paraletterario, che ha tramandato l'adagio come un mero invito a diffidare da chi non beva vino, ma solo acqua come garante di trasparenza. Le circostanze storiche rivelano altresì come il contesto ateniese del V secolo a.C. riveli scenari articolati, la cui corretta decodifica permette di attribuire il giusto portato storico-letterario ad una citazione in realtà composita e profonda.


14th Street Theatre - Perkins Harnly (American, Ogallala, Nebraska 1901–1986 Los Angeles, California)
14th Street Theatre - Perkins Harnly (American, Ogallala, Nebraska 1901–1986 Los Angeles, California)

οἶνος τοι χαρίεις πέλεται μέγας, ὄνυμα καὶ θεοῖσιν,/ ἵππῳ δ' ἄνδρα λέγειν ἐστὶ τάχιστον... οὐδὲν γὰρ ἂν οἷόν τ' ἐστὶν ὕδωρ πίνουσαν τεκεῖν”,

CRATINO


O re dalle corna d'oro, fuggi dunque...

Il vino è un grande e amabile [dio], illustre anche agli dei,

e per un poeta a cavallo è la cosa più veloce per parlare...

Infatti non può partorire nulla di saggio chi beve acqua”.1


Una lettura superficiale ci indurrebbe a pensare che Cratino, vissuto circa tra il 520 a.C. e il 423 a.C, stia parlando di vino, che stia esaltando l’ebbrezza o addirittura il bieco indulgere alla mollezza dei costumi. In realtà, sta lanciando una pesantissima accusa ai politici ateniesi e allo stesso Aristofane, giovane e temibile rivale che lo prende in giro pubblicamente nella commedia I Cavalieri, descrivendolo spietatamente come un relitto umano: un vecchio beone ridotto a vagare per le strade con la mente offuscata, ormai incapace di scrivere una sola riga decente.


Invece di offendersi o ritirarsi, l’anno successivo (423 a.C.) Cratino risponde con un colpo di genio senza precedenti. Invece di negare le accuse, il vecchio commediografo decide di cavalcarle scrivendo La Bottiglia (Πυτίνη), una commedia in cui mette in scena se stesso. Nella commedia, la moglie di Cratino – che si chiama Commedia (la personificazione della sua arte) – vuole divorziare da lui perché il marito la trascura per correre dietro alla sua vera, irresistibile amante: una damigiana di vino. Gli amici del poeta tentano di convincerlo a disintossicarsi bevendo solo acqua, cercando disperatamente di sequestrargli fiaschi e bicchieri. Cratino, davanti non solo ai suoi amici, ma a un tribunale, risponde proprio con la battuta diventata immortale: se un poeta beve solo acqua, le sue idee saranno piatte, sterili e prive di qualsiasi scintilla di genio.


Con questa commedia spassosa e autoironica, Cratino vinse il primo premio alle Grandi Dionisie di quell’anno, battendo clamorosamente proprio Aristofane (che arrivò terzo). Dimostrò sul campo che il vino, dopotutto, lo ispirava benissimo. Questa idea (che l’acqua renda i poeti noiosi e il vino li renda brillanti) ebbe un successo clamoroso: fu citata da poeti come Niceneto e, secoli dopo, il poeta Orazio ne fece l’incipit di una delle sue celebri Epistole2.


 Ma davvero Cratino si riferiva al vino in modo esclusivo? Nell'Atene del V secolo a.C., la scena politica era dominata dai demagoghi. Questi nuovi capi politici si presentavano al popolo come amministratori efficienti, tecnici della parola, freddi calcolatori e retori impeccabili. Cratino associa questa nuova temperie di politici “tecnocrati” ai bevitori d’acqua: l’acqua rappresenta la razionalità artificiale, la pianificazione cinica, l’inganno retorico studiato a tavolino per manipolare l’Assemblea. Al contrario, il vino (in vino veritas, o come dicevano i greci, ἐν οἴνῳ ἀλήθεια) – è sinonimo di sincerità radicale. Mostrandosi ubriaco, Cratino dice agli Ateniesi:

“Questi nuovi politici astemi e composti, che vi parlano con rigore scientifico, vi stanno solo abbindolando con calcoli freddi e bugie.”3

Perché esprimersi in tal modo? In quegli anni di guerra (Peloponneso contro Sparta), il clima politico ad Atene era teso. I politici al potere cercavano continuamente di limitare la libertà dei commediografi e di dileggiarli sulla scena. In questo clima di pervicace e subdola censura, l’ebbrezza dionisiaca diventa lo scudo politico perfetto: chi è sobrio (il bevitore d’acqua) deve calibrare le parole, sottostare alle leggi, prestare attenzione a non offendere i potenti. L’ubriaco (il posseduto da Dioniso) è legalmente e socialmente intoccabile. All’ubriaco e al folle è concesso dire la verità più cruda in faccia al tiranno o al demagogo di turno, perché “non è lui che parla, ma il dio”. Il vino costituiva, insomma, la sua personale immunità diplomatica. Il bersaglio politico più vicino a Cratino era però il suo rivale, Aristofane. Sebbene oggi ricordiamo Aristofane come un gigante, all’epoca Cratino lo accusava di una colpa gravissima per un commediografo: l’eccessiva raffinatezza intellettualistica. Cratino coniò addirittura un verbo per prendere in giro Aristofane: ἀριστοφανίζειν, ovvero perdersi in sottigliezze retoriche degne dei Sofisti. Per Cratino, Aristofane era un “bevitore d’acqua” della scrittura: uno che scriveva commedie col bilancino, piene di battute eleganti ma prive del vero “sangue” del popolo.


Accusare Aristofane di essere un freddo tecnico significava anche accusarlo di complicità con l’élite oligarchica e intellettuale della città. Cratino, con il suo vino popolare, si faceva portavoce della pancia di Atene, della democrazia più verace e rurale, contro l’intellettualismo modaiolo dei salotti ateniesi. Non dimentichiamo il contesto: le commedie venivano messe in scena durante le Grandi Dionisie e le Lenee, feste religiose consacrate proprio a Dioniso. Il teatro nasce dall’altare di Dioniso. Gli attori recitavano mascherati, compiendo un atto di possessione (diventavano “altri” da sé, proprio come accade nell’ebbrezza). Rivendicando il diritto a bere vino per scrivere, Cratino stava ricordando alla sua città, Atene, e al suo rivale Aristofane la natura originaria del loro mestiere:

“Noi non siamo burocrati della parola. Noi siamo sacerdoti di Dioniso. E il teatro richiede la vertigine, non la prudenza”.

Ecco perché quella battuta fece impazzire il pubblico ateniese: non risero solo per la gag del vecchio beone, ma perché riconobbero che i loro politici stavano trattando la città, un organismo vivo, come qualcosa di sterile e da ricondurre a formule preconfezionate. Ridevano perché Dioniso è il dio dei contrari: è distruzione ma anche rigenerazione, è delirio ma anche verità suprema. La “frenesia dionisiaca” libera l’inconscio. Sotto l’effetto del dio, le inibizioni cadono e la mente è libera di associare idee distanti, di creare metafore ardite e, in definitiva, di vedere il mondo da una prospettiva ribaltata. Quella che per i sobri sembra follia, per l’iniziato è la più alta forma di saggezza. Il termine greco per definire questo stato è ἔνθεος, da cui deriva la nostra parola “entusiasmo”: letteralmente “avere il dio dentro”.


Questo concetto della “frenesia” (μανία) come motore dell’arte non era un’esclusiva dei commediografi ubriaconi, ma una vera e propria teoria estetica sostenuta persino dai filosofi. Platone, nel Fedro, descrive quattro tipi di follia divina, e una di queste è proprio la follia poetica:


«Chi giunge alle porte della poesia senza la follia delle Muse, convinto che la sola tecnica basti a renderlo poeta, rimane un poeta dimezzato: la poesia di chi è in sé viene oscurata da quella di coloro che sono fuori di sé»

Cratino anticipa visivamente questo concetto. Il bevitore d’acqua è il poeta tecnico, geometrico, freddo. Il bevitore di vino è colui che si abbandona alla corrente dionisiaca, accettando il rischio del caos per attingere a verità e visioni precluse ai sobri. Questo non è chi trangugi una bevanda derivata dall’uva, ma il creativo, l’artista, l’uomo vero, il popolo creatore di mondi. Non un freddo burocrate.

In tale assunto si recupera un antico luogo comune, che intravedeva nella citazione di Cratino una mera diffidenza di chi sprezzi il vino. I Classici raccontano universi di senso e di Bellezza senza tempo da scoprire, che può essere restituito fedelmente dal ricorso alle fonti e al rigore filologico.


In conclusione dell’articolo, colgo l’occasione per chiarire come l’utilizzo della Filologia ha carattere rigoroso, ma tale ontologia non risulta contrastiva per riferirsi ai dettami filologici anche per passi come il suindicato, che nella tradizione hanno assunto anche derive qualunquiste. Emerge il valore delle Scienze filologiche e dell’approccio Storico al ricorso alle fonti e alla Scienza per dirimere aporie ed incertezze diffuse nel tempo e alla necessità del confronto con l’Antropologia, l’Archeologia e le discipline afferenti l’asse socio-demo-antropologico.



1 Traduzione a cura di Simone Beta, in I comici greci, edizione BUR, 2009

2 Orazio, Epistole I, 19, 2-3.

3 I banchettanti, fr. 203 Kassel-Austin; citato in I comici greci, a cura di Simone Beta, BUR, Milano, 2009, p. 249



Bibliografia di riferimento

  • R. Quaglia, Il Trophonios di Cratino, in "Maia", n. 52 (2000), pp. 455-466;

  • M. Ornaghi, Omero sulla scena. Spunti per una ricostruzione degli Odissei e degli Archilochi di Cratino, in Momenti della ricezione omerica. Poesia arcaica e teatro, Milano 2004, pp. 197-228;

  • G. Bona, Scritti di letteratura greca e di storia della filologia, Amsterdam 2005, pp. 149-169, 181-191;

  • S. Beta, La Damigiana, in I comici greci, a cura di S. Beta, Milano 2009, pp. 243-249.


Campagna associativa di Hub Letteratura
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