Cuma, la soglia che resiste: mito, rito e tracce greche nel presente
- Grazia Fulciniti
- 27 apr
- Tempo di lettura: 4 min

Cuma si sviluppò rapidamente come centro strategico, grazie alla sua posizione dominante sul litorale tirrenico. L’Acropoli, con i templi dedicati ad Apollo e a Giove, rappresentava il cuore religioso della città, mentre in epoca romana il Foro divenne il fulcro della vita pubblica; all’alba però, quando la luce si stende obliqua sui Campi Flegrei e il vento risale dal mare, Cuma appare meno come un sito archeologico e più come una soglia. Non è solo questione di rovine — colonne spezzate, terrazzamenti, resti di templi — ma di una percezione difficile da nominare: quella di trovarsi in un luogo che non ha mai smesso di essere attraversato. Qui il paesaggio non fa da sfondo alla storia, ma la trattiene, la stratifica, la lascia affiorare a tratti, come accade nelle zone vulcaniche dove il sottosuolo continua a respirare.
Cuma (Κύμη), la più antica colonia greca d’Occidente (VIII sec. a.C.), fondata da coloni provenienti dall’Eubea eolica, proprio dalla città di Κύμη, sulla costa orientale dell’isola, è spesso raccontata come un punto di origine: l’inizio della presenza ellenica in Italia, della diffusione dell’alfabeto, dell’espansione commerciale. Ma questa lettura, pur corretta, resta superficiale. Il fatto che la colonia abbia lo stesso nome della Kymi euboica non è casuale: Cuma diventa duplicazione simbolica della madrepatria e questo rafforza l’idea che le colonie greche non fossero semplici insediamenti economici ma estensioni culturali e religiose del mondo originario: Cuma è un luogo scelto, i Greci arrivano qui e riconoscono qualcosa — una qualità del territorio, una tensione tra luce e profondità, tra apertura e discesa — che trasforma questo spazio in un punto di contatto tra mondi.
Non è un caso che proprio qui si apra l’accesso all’Ade, sulle rive del lago d’Averno, né che tra queste rocce si collochi l’antro della Sibilla, figura enigmatica per eccellenza, sospesa tra voce divina e dissoluzione umana. A Cuma il mito non si sovrappone al paesaggio: nasce dal paesaggio. Le esalazioni vulcaniche, le cavità, le acque scure non sono semplici elementi naturali, ma diventano segni, indizi di una realtà altra che i Greci interpretano e organizzano attraverso il rito, il racconto, il culto.
Eppure, ciò che rende Cuma ancora oggi un luogo singolare non è soltanto il suo passato mitico, ma la sua persistenza. Le tracce greche non sono rimaste confinate nei manuali o nelle pietre: continuano a vivere in forme mutate, spesso sottili, nella percezione contemporanea del luogo, nelle stratificazioni religiose, nelle narrazioni che ancora circolano attorno a questi spazi. Come accade nei culti misterici, ciò che conta non è la visibilità, ma la sopravvivenza sotterranea.
Camminare a Cuma significa allora attraversare una griglia, in cui il tempo non procede in linea retta. Il passato non è alle spalle: è sotto i piedi, mescolato alla terra, pronto a riemergere. E in questo riemergere discontinuo — tra mito, rito e memoria — si può forse intravedere il senso più profondo della presenza greca in Magna Grecia: non una civiltà scomparsa, ma una forma che continua, in modo frammentario e trasformato, ad abitare il presente.
Nel corso dei secoli, Cuma continua a essere percepita e narrata come uno spazio liminale, confermando una sorprendente persistenza dell’immaginario greco ben oltre la fine della sua autonomia politica. Già in età augustea, Virgilio colloca qui l’ingresso agli Inferi, facendo della città il punto di passaggio privilegiato tra mondo dei vivi e dei morti, in una scena in cui il paesaggio cumano non è semplice ambientazione, ma struttura stessa del mito¹. Il poeta utilizza un immaginario greco: la discesa agli Inferi, la katàbasis, attraverso il lago di Averno, dimostrando che il luogo di Cuma come porta dell’oltretomba è ancora vivo secoli dopo la fondazione greca. Poco dopo, Strabone, pur adottando un approccio più razionale, sottolinea la dimensione simbolica del luogo, riportando la credenza secondo cui il lago d’Averno fosse inaccessibile agli uccelli ( da cui il nome a-ornos), segno evidente di una qualità “altra” dello spazio²; qui la credenza arcaica greca sopravvive in epoca ‘scientifica’ ed il paesaggio continua ad essere letto in chiave simbolica. La tradizione si consolida ulteriormente con Ovidio, che rielabora la figura della Sibilla insistendo sulla sua esistenza sospesa e consumata dal tempo, trasformandola in emblema di una memoria che sopravvive pur perdendo consistenza³, mentre Petronio ne offre una versione ormai quasi grottesca e decadente, segno di una persistenza del mito ormai deformata, ma viva⁴
Nei secoli successivi, autori come Servio continuano a raccogliere e trasmettere varianti locali di questi racconti, che si rifanno ad una tradizione mai interrotta⁵, e qui il sapere mitico sopravvive attraverso l’esegesi. In età bizantina Procopio descrive l’area flegrea come un luogo carico di forze enigmatiche, confermando una percezione del territorio straordinario e inquietante, profondamente segnato dalla sua eredità mitica⁶. In questa lunga durata, ciò che emerge non è la semplice conservazione di un repertorio narrativo, ma la capacità del mito greco di adattarsi, trasformarsi e continuare a informare lo sguardo sul paesaggio, rendendo Cuma un caso emblematico di continuità culturale tra antico e presente. Infatti l’importanza dell’alfabeto greco trasmesso attraverso Cuma va ben oltre il mondo antico. Questo sistema di scrittura, derivato a sua volta dall’alfabeto fenicio, aveva una caratteristica rivoluzionaria: l’uso sistematico delle vocali. A differenza dei sistemi consonantici precedenti, l’alfabeto greco permetteva una trascrizione più precisa della lingua parlata, rendendo la scrittura più accessibile e flessibile A Cuma, questo alfabeto non rimase confinato alla comunità greca, ma entrò in contatto con le popolazioni locali. Gli Etruschi, in particolare, lo adottarono e lo adattarono alle proprie esigenze linguistiche. Questo passaggio fu decisivo: l’alfabeto etrusco divenne il tramite diretto attraverso cui i Romani acquisirono la scrittura. L’alfabeto latino, nato da questa evoluzione, è oggi alla base di numerose lingue moderne e in questo senso Cuma può essere considerata uno dei punti di origine della produzione scritta occidentale, e questo processo non fu un semplice trasferimento tecnico, ma una vera trasformazione culturale. L’alfabeto rese possibile la codificazione delle leggi, la trasmissione del sapere, lo sviluppo della letteratura e dell’amministrazione statale.
In conclusione, Cuma archeologica non è soltanto un sito da visitare, ma un luogo chiave per comprendere le radici della nostra civiltà. Tra templi, gallerie scavate nel tufo e rovine romane, si nasconde una storia fatta di scambi e trasformazioni profonde.
1. Virgilio, Eneide, VI, 268-269.
2. Strabone, Geografia, V, 4, 5.
3. Ovidio, Metamorfosi, XIV, 130-153.
4. Petronio, Satyricon, 48.
5. Servio, Commento all’Eneide, ad loc.
6. Procopio, Guerra gotica, IV, 22.




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