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Le sirene di Taranto

Foto dal museo di Taranto
Foto dal museo di Taranto

Sul lungomare Vittorio Emanuele III è possibile ammirare tre statue di sirene dalla coda di pesce in cemento marino, Ethra, Satyria e Skuma che si attardano languidamente sugli scogli attirando lo sguardo sorpreso del visitatore: si tratta di opere realizzate dallo scultore contemporaneo Francesco Trani che rappresentano la storia relativa ad una di loro, Skuma , una fiaba tarantina databile al XVIII secolo . ripresa anche da Italo Calvino.


Skuma che prenderà questo nome solo dopo, è la moglie di straordinaria bellezza di un pescatore lontano da casa per lungo tempo. La giovane cede al fascino di un corteggiatore e al rientro del marito confessa il tradimento. L’uomo per punirla la conduce in alto mare allo scopo di farla affogare, ma le Sirene, commosse dalla sua avvenenza, la salvano trasformandola in una di loro. Una volta divenuta regina con il nome di Skuma un giorno riconosce tra le barche che solcano il mare quella del marito che, pentito, si recava nel tratto di mare piangendo la moglie che credeva perduta. La regina delle Sirene lo salva dalla punizione che vorrebbero infliggergli le Sirene ed insieme la coppia decide di ricomporsi. Per liberare la donna i due sanno che dovranno recuperare il fiore di corallo bianco custodito gelosamente nella reggia delle Sirene. Pertanto escogitano un inganno: il pescatore acquisterà monili e collane e mentre le Sirene saranno distratte dai gioielli gettati in mare, potranno effettuare il furto che andrà ad effetto. La storia, a questo punto, ha due finali: nel primo la coppia torna a vivere serenamente; nella seconda , invece, il pescatore morirà in mare e la moglie divenuta monaca si aggirerà sulla scogliera per cercarlo. E di notte, la Monacella volteggia ancora sul lungomare.


Ma a Taranto nel 2023 fanno ritorno al Marta di Taranto ove sono tuttora esposte dopo una complessa e faticosa vicenda legale tre statue fittili restituite dal Getty museum di Malibù in quanto opere di provenienza illecita acquistate dal Museo nel 1976 frutto di attività clandestine di saccheggio compiute in una area definita genericamente tarantina. Il gruppo, denominato Orfeo e le Sirene, consta di due figure femminili e un personaggio maschile seduto, intento, presumibilmente a suonare con un plettro la kithara.


Sono loro le più antiche Sirene di Taranto: hanno l’aspetto di donne dalle lunghe zampe da trampoliere e da artigli saldamente abbarbicati alle rocce marine. Si tratta di una insolita e inedita rappresentazione iconografica: molto alte di statura, longilinee e caratterizzate da una coda di uccello curiosamente a forma di ventaglio. I loro atteggiamenti corrispondono a due modelli noti: la Sirena dolente, con il braccio destro che cinge la vita e la mano sinistra sul mento e l’altra Sirena caratterizzata da movenze da musicante. La rappresentazione ha indotto per lungo tempo a ritenere l’opera un falso, non meritevole, pertanto, di particolare attenzione, benchè alcuni elementi della tecnica di esecuzione trovassero riscontro nella coroplastica di area tarantina o in senso lato magnogreca. In particolare la capigliatura a riccioli, perduta in Orfeo e visibile ancora soltanto in una delle due sirene.


Ma analisi scientifiche eseguite già nel 1983 avrebbero, attraverso l’analisi chimica, confermato una datazione ascrivibile a seconda metà IV sec. a.C Gli interrogativi che il gruppo suscita sono molteplici ed efficacemente esposti da Angelo Bottini e Pier Giovanni Guzzo in Ostraka, anno II n. 1 Giugno 1993.


QUESTIONI APERTE

Se le opere sono autentiche pongono numerose questioni: sono pezzi unici o superstiti di un gruppo più numeroso di statue? In quale relazione spaziale erano le figure tra loro: Orfeo al centro e le Sirene di fronte, come in un ideale colloquio? Oppure le Sirene ai lati del personaggio tutti e tre rivolti verso gli osservatori?


L’uomo seduto è davvero Orfeo? Se fosse il mitico cantore sorgono ulteriori interessanti quesiti: è l’Orfeo delle Argonautiche che sconfigge le Sirene o potrebbe, invece, costituire una raffigurazione di tipo pitagorico dei personaggi? In questo caso il riferimento non sarebbe letterario o epico, ma filosofico ed esoterico. Le Sirene sono dotate da Pitagora della saggezza delfica e dell’arte musicale e a Taranto si è sviluppata rigogliosamente la seconda fase del pitagorismo, animata da due personalità di rilevante statura: Archita ( 428-345 a.C) politico e scienziato dallo straordinario ingegno e Aristosseno filosofo autore secondo il lessico Suida di 453 opere molte delle quali dedicate allo studio della musica.


Bottini e Guzzo si interrogano anche sulla funzione del gruppo delineando tre possibili contesti compatibili con l’origine tarantina: decorazioni di monumenti , per esempio templi o spazi pubblici profani: oppure gruppi votivi dedicati ad una divinità in uno spazio sacro; l’ultima ipotesi la più interessante suggerirebbe di identificare le tre figure come una decorazione tombale, un monumento funerario. Questa ipotesi permette di spiegare la presenza delle Sirene nel ruolo di psicopompe (come testimoniato nell’ Elena di Euripide) e aprirebbe la strada alla possibilità di identificare il musico in un defunto importante raffigurato come Orfeo. Questa supposizione, sostengono Bottini e Guzzo, potrebbe trovare riscontro in opere consimili.


A conclusione del loro studio restano valide due ipotesi interpretative relative all’interazione tra le tre figure: le Sirene stanno esprimendo il loro giudizio sull’arte musicale di Orfeo : pensosa la prima, gioiosa la seconda.

Se invece si attribuisce loro una funzione funeraria e psicopompa, allora le Sirene adornano il sepolcro di un membro della cerchia pitagorica particolarmente illustre, forse, si potrebbe azzardare, lo stesso Aristosseno.

Molti interrogativi restano irrisolti perché le opere , pur rientrate in patria sono ormai mute in quanto è ignoto il sito in cui sono state rinvenute e il contesto in cui erano collocate, ma resta sconosciuto anche come opere tanto fragili e di notevole dimensioni si siano conservate e siano rimaste pressochè intatte fino al saccheggio degli anni settanta. La perdita di questi dati arreca un danno alla ricerca scientifica irrimediabile: eppure, nonostante tutto, ci parlano ancora con il magnetismo misterioso ed irresistibile che promana dal loro aspetto e dai loro volti.


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