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LE SFUMATURE DELL’OCCHIO: VISIONE E SIMBOLO, DAI CLASSICI GRECI AL CINEMA.


Presentiamo il contributo di una lettrice di Hub Letteratura, la prof.ssa Donatella La Selva, che ringraziamo per aver deciso di inviarci!


L’immagine dell’Occhio può essere interpretata come capacità di vedere oltre, simbolo di una identità sconosciuta, ma anche limite alla percezione del sé, in quanto la visione potrebbe essere frenata (come afferma Aldous Huxley nel suo saggio “L’arte di vedere”1), dalle prime fasi dell’atto visivo, cioè la “sensazione” e l’eventuale “selezione”. Tali sfumature emergono nello studio di alcuni testi classici, tra i quali l’Odissea omerica, alcuni frammenti eraclitei, l’Edipo Re e l’Edipo a Colono di Sofocle. Indagando sulle testimonianze degli autori antichi, si può risalire ai termini che essi utilizzano per indicare l’atto del vedere: in Eraclito, il fr. Dk 1232: “la natura ama nascondersi (φύσις κρύπτεσθαι φιλεῖ) e gli uomini vagano cercando di orientarsi, cercando con gli occhi e con le orecchie “cattivi testimoni” come stranieri in mezzo a cose che appaiono familiari e che appaiono anch’esse straniere”3.


Così, l’incontro con l’indovino cieco Tiresia indica l’attivazione di una “percezione” visiva, nell’Odissea omerica e nell’Edipo Re sofocleo: Ulisse πολύμητις (dalla mente multiforme) ed Edipo πρω̃τov α̇νδρω̃ν (primo tra gli uomini, v. 33 Edipo re), pur essendo forniti di una mente capace di elaborare, progettare, inventare, hanno bisogno del cieco Tiresia, per “avanzare” nella percezione della realtà.


Nell’Edipo Re, dopo aver ucciso inconsapevolmente suo padre Laio e sposato sua madre Giocasta, Edipo viene chiamato a risolvere il problema della pestilenza a Tebe, e comincia subito la sua inchiesta, affermando di non poter cercare lontano, perché non ha alcun indizio, indicato dalla parola greca σύμβολον, un segno (Edipo Re, v. 221). Tiresia lo condurrà dolorosamente verso la verità, di fronte alla quale Edipo reagirà con profondo sgomento e poiché tradito dai suoi occhi, deciderà con l’accecamento, di sprofondare nel buio, lo σκότος preannunciato da Tiresia: “tu vedi ora la luce, e non vedrai che tenebre”4. Le tenebre sono il luogo ormai abitato da Edipo, ne l’Edipo a Colono5. Lo σκότος, la “tenebra antica” (v. 106), l’Erebo delle quali le Erinni sono le figlie, “le dee venerande dal terribile sguardo” (v. 84), richiamate nello stesso verso accanto alla glaucopide Atena, la dea dallo sguardo luminoso.


Ne La Repubblica 6 Platone riprende il concetto di luce e tenebra:

Non sai, ripresi, che gli occhi, quando uno non li volge più agli oggetti rischiarati nei loro colori dalla luce diurna, ma a quelli rischiarati dai lumi notturni, si offuscano e sembrano quasi ciechi, come se non fosse nitida in loro la vista?5 – Certamente, rispose. – Ma quando, credo, uno li volge agli oggetti illuminati dal sole, vedono distintamente e la vista, che ha sede in questi occhi medesimi, appare nitida. – Sicuro! – Allo stesso modo considera anche il caso dell’anima, così come ti dico. Quando essa si fissa saldamente su ciò che è illuminato dalla verità e dall’essere, ecco che lo coglie e lo conosce, ed è evidente la sua intelligenza; quando invece si fissa su ciò che è misto di tenebra e che nasce e perisce, allora essa non ha che opinioni e s’offusca, rivolta in su e in giù, mutandole, le sue opinioni e rassomiglia a persona senza intelletto.


Leon Battista Alberti, ad esempio, utilizza l’immagine dell’occhio alato come proprio emblema, derivante dall’iconografia egizia dell’occhio di Horus. L’immagine, come sottolinea Flavio Baroni nel suo contributo Il mistero dell’occhio alato 7 è presente in vari manoscritti, tra cui un codice modenese, il ms. lat. 52, Modena, Biblioteca Estense. Lo stesso emblema, circondato da un serto di alloro e accompagnato dal motto ciceroniano “Quid tum” (E allora?) si trova sul rovescio di una medaglia realizzata per Alberti da Matteo De’Pasti (1446-1450 circa). Baroni sottolinea come il tema dell’occhio “inteso come potere e limite dello sguardo” compaia in diversi scritti albertiani, tra cui il De re aedificatoria e il De pictura, quindi non soltanto con una valenza religiosa.

Nel Rinascimento e nei secoli successivi, gli “studi sugli occhi”, vennero realizzati ampiamente, sia allo scopo di evidenziarne l’anatomia, sia per coglierne il significato profondo e simbolico, fino al Dadaismo e al Surrealismo, che si innestano poi nell’arte cinematografica: ad esempio, La ruota della luce di Max Ernst, L’occhio e i fili di Nathan Lerner, Balloon e Le polype difforme di Odilon Redon, presentano richiami nel cortometraggio di David Lynch, Fire (Pozar), e ne Il poema a fumetti di Dino Buzzati, rielaborazione moderna del mito di Orfeo ed Euridice, legato anch’esso alla tematica dello sguardo.


Il cinema offre sempre maggiore spazio a tali sfumature, riuscendo ad esprimerle in maniera estremamente efficace ed offrendo infinite possibilità di ricerca sul tema. Nell’episodio del sogno, in “Io ti salverò” di Hitchcock, le immagini dei drappi ricoperti di occhi realizzati da Salvador Dalì rappresentano il simbolo dell’inconoscibile, in quanto, come afferma il dottor Brulov rivolgendosi a John Ballantyne: “l’uomo sovente si rifiuta di scoprire la verità su se stesso perché ne soffrirebbe troppo”. Così vediamo le forbici, l’idea dello squarcio, che rievocano Edipo, in una prospettiva psicanalitica di cui il cinema si fa estremo portavoce: basti pensare, ovviamente, all’immagine celebre in Un chien andaloudi Buñuel-Dalì e riecheggiato da Paolo Gioli nel cortometraggio “Quando l’occhio trema”, del 1989.

Lo squarcio sembra, inoltre, quasi riecheggiare “il lampo” della pistola che uccide il padre di Giovanni Pascoli, nel X Agosto: “e restò negli aperti occhi un grido”.

Nell’Edipo Re di Pasolini, la cura filologica è presente soprattutto a partire dal disvelamento, cioè dall’incontro con Tiresia: se è vero che altrove nel film ci sono tratti personali, la scoperta del reale e il successivo accecamento segnano un rispetto pressoché assoluto del testo tragico sofocleo.

Si vuol dunque porre in luce il rapporto tra il mondo classico ed il cinema, evidenziando come quest’ultimo riesca ad essere strumento privilegiato di penetrazione della realtà “pur senza necessariamente tagliare l’occhio”, anzi utilizzandone tutte le potenzialità con la macchina da presa (ovvio il riferimento al Cineocchio di Dziga Vertov) e quindi lo squarcio rientrerebbe nella capacità sinestetica costitutiva della settima arte.


Come afferma Deleuze nel suo intervento Che cos’è l’atto di creazione? : “Ancora una volta, avere un’idea in cinema non è la stessa cosa che avere un’idea altrove. E tuttavia ci sono delle idee in cinema che possono valere anche in altre discipline, che possono essere eccellenti in narrativa, per esempio”. Così anche Francesco Casetti, nel saggio “L’occhio del Novecento”8 indica perfettamente, riportando le parole della conferenza tenuta da Louis Delluc9 nel 1921, tale capacità “universale” del cinema, di inglobare vari aspetti della realtà, accostandolo alla tragedia greca, che analizza nel profondo la psiche e coinvolge quindi ogni uomo: “questi dati consentono a Delluc un rinvio all’apparenza sorprendente: il cinema ha lo stesso carattere di popolarità della tragedia greca, a cui l’intero corpo dei cittadini aveva accesso, da cui traeva comune diletto e a cui partecipava con il senso della collettività. Insomma, tanto il cinema che la tragedia greca sono luoghi in cui vengono messi in campo gesti e immagini che un intero popolo può considerare come propri. In questo senso c’è una continuità tra le nuove platee e i vecchi anfiteatri. Rio Jim, il protagonista di una saga western interpretato da William Hart, è diretto discendente di Oreste, così come Louise Glaum lo è di Clitennestra e Bessie Love di Elettra”: questo accostamento sembra riecheggiare anche, in qualche modo, “lo strappo nel cielo di carta” descritto da Pirandello nel capitolo XII de “Il Fu Mattia Pascal”, citando appunto l’Elettra sofoclea.


La presenza dell’oggetto che fugge e dell’occhio (identificato anche con la macchina da presa) che perseguita è evidente nel cortometraggio “Film” di Samuel Beckett e Alan Schneider, in cui il protagonista, Buster Keaton, si illude di poter fuggire, di potersi nascondere, di poter evitare di “essere percepito”10. In questo sforzo, un po’ come Edipo, “va incontro alla morte nel momento in cui si trova di fronte all'immagine di se stesso: guardando dentro lo sguardo dell'altro pone fine alla sua esistenza, il suo agire e il suo essere percepito si annullano e crollano sotto l'insostenibilità di questa "coscienza di percezione"11.

Enrico Escher, nel suo testo “Il quarto occhio. Filosofia, storia, ermeneutica, linguaggio del cinema”12, parla a proposito, di “potenza magico- mimetica del cinema, riferendosi a Platone, che distingue le eikones e i phantasmata13.


L’occhio cinematografico che “penetra la realtà” sembra simboleggiato, in qualche modo, anche nella maniglia della porta a forma di occhio, nel film “Quattro mosche di velluto grigio” di Dario Argento.

Un altro possibile campo di ricerca riguarda il tema dello “sguardo”, il quale investe non solo “il soggetto che vede o guarda”, ma produce effetti anche in chi ne è destinatario. Tale concetto è legato a quello della “finestra”, che filtra ciò che interessa all’IO. Huxley14 afferma: “poiché io provavo interesse per i particolari architettonici e la loro storia, le cose viste attraverso la finestra vennero immediatamente pensate come appartenenti a una nuova categoria: non più soltanto case, ma case di uno stile e di un’epoca determinati”. Ne La finestra sul cortile di Hitchcock, lo sguardo si muove “da finestra a finestra”, attivando una percezione che va oltre il sé, verso “la vita degli altri”. Un altro tipo di sguardo è presente nel racconto “La finestra”15 di Paolo Raffellini, in cui il protagonista, durante una passeggiata serale, si imbatte in “un’enorme finestra che si stagliava verso l’alto intensamente illuminata, al secondo piano di una villetta. Era ben visibile dalla strada una parete totalmente ricoperta da quello che poteva sembrare un affresco di stile settecentesco, raffigurante un paesaggio naturale: montagne lontane confuse col cielo facevano da sfondo ad un bosco che diradava in un prato dominato dal luccichio di un lago alle prime luci dell’alba”: lo sguardo è dall’esterno verso l’interno, e proietta immagini, come affreschi, presenti nella mente del viandante.


Il tema dello sguardo offre infinite declinazioni nel mito di Medusa, a partire dal libro IV de Le metamorfosi di Ovidio16, in Dante nel IX Canto dell’Inferno, e per le vie infinite delle arti figurative, fino al cinema, ad esempio nel film muto Gli occhi che videro di Ugo Pittei (1914)17, in cui la visione dell’amante sembra abbia avuto un ruolo determinante, perché impedisce al marito, Simon, di salvare la moglie, che stava cadendo in un burrone. Il mito di Medusa è riecheggiato in un altro muto italiano del 1920, Il volto di Medusa, di Alfredo De Antoni, in cui George Green, il protagonista, vede in sogno Wanda, la donna di cui si era innamorato, con il volto di Medusa. Il dottor Mephistos gli aveva donato un monocolo capace di rivelare i veri aspetti della realtà (l’idea sembra quasi riecheggiare nell’ossimoro del titolo Eyes Wide Shut di Kubrick). Il tema dello sguardo e del rispecchiamento costituiscono anche qui, dunque, il tratto fondamentale.



Note

1 Aldous Huxley, L’arte di vedere, 1945, Adelphi, Milano, 1989, p. 38.

2 Eraclito, Testimonianze, Imitazioni e Frammenti, edizione Diels- Kranz, a cura di M. Marcovich, introduzione di G. Reale, Bompiani, 2007.

3 Sofocle, Edipo Re, Traduzione e cura di L. Correale, Feltrinelli, Milano, 1991, p.8

 Fragmenta DK 23- DK 72

4 Sofocle, Edipo Re, traduzione di Salvatore Quasimodo, Mondadori, Milano, 1963, v. 419.

5 Sofocle, Edipo Re, Edipo a Colono, Antigone, a cura di D. Del Corno, traduzione di R. Cantarella, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1982.

6 Platone, Repubblica, 507 b- 509 b, introduzione di F. Adorno, Traduzione di F. Gabrieli, Bur Rizzoli, Milano, 1981

7 F. Baroni, Il mistero dell’occhio alato.di Leon Battista Alberti, Streetlib, 2018.

8 G. Casetti, L’occhio del Novecento. Cinema, esperienza, modernità, Bompiani, Milano, 2005, p. 34.

9 L. Delluc, Le cinéma art populaire, 1921, ora in Ecrites Cinématografique, Le Cinéma au quotidien, II7”, Cinémateque Francaise, 1990, p,286.

10 W. F. Van Wer, To be is to be perceived… Time and point of view in Samuel Beckett's Film, in Film Quarterly, 2,1980.

11 S. Trinchero, Film: percezione e occultamento dell’immagine - Samuel Beckett, Alan Schneider, in EffettoNotte online, 15 aprile 2020.

12 E. Escher, Il quarto occhio. Filosofia, storia, ermeneutica, linguaggio del cinema, Franco Angeli, Milano, 2006.

13 Platone, Sofista, 265 b, 1.

14 A. Huxley, op .cit.,  42.

15 P. Raffellini, Racconti dietro allo specchio, Montedit, Milano, 2025, p.89.

16 Ovidio, Le metamorfosi, a cura di G. Paduano, Einaudi, Torino, 2000. Nuova edizione Einaudi 2022.

17 Titolo rievocato da Daniele Segre nel suo film omonimo, Gli occhi che videro, in onore di Maria Adriana Prolo, 1989.


Bibliografia

Autori 

  • F. Beeding, Io ti salverò, 1927- traduzione di L. Di Lella e S. Scognamiglio, Il Saggiatore, Milano, 2015

  • D. Buzzati, Poema a fumetti, Mondadori, 1969

  • Eraclito, Testimonianze, Imitazioni e Frammenti, edizione Diels- Kranz, a cura di M. Marcovich, introduzione di G. Reale, Bompiani, 2007

  • Omero, Odissea, traduzione di A. Privitera, Fondazione Lorenzo Valla, 1981

  • Ovidio, Le metamorfosi, a cura di G. Paduano, Einaudi, Torino, 2000. Nuova edizione Einaudi 2022.

  • G. Pascoli, Myricae, a cura di G. Lavezzi, Bur Rizzoli, Milano, 2015

  • L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal, a cura di G. Mazzacurati, Einaudi, Torino, 1993

  • Platone, Repubblica, introduzione di F. Adorno, traduzione di F. Gabrieli, Bur Rizzoli, Milano, 1981

  • J. Saramago, Cecità, Feltrinelli, Milano, 2010

  • Sofocle, Edipo Re, traduzione di S. Quasimodo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1963.

  • Sofocle, Edipo Re, traduzione e cura di L. Correale, Feltrinelli, Milano, 1991

  • Sofocle, Edipo Re, Edipo a Colono, Antigone, a cura di D. Del Corno, traduzione di R. Cantarella, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1982


Studi

  • A. Angelini, Il primato dell’occhio, Temi e metodo della storia dell’arte in età moderna, Quodlibet, Macerata, 2019.

  • F. Baroni, Il mistero dell’occhio alato. Leon Battista Alberti, Streetlib, 2018.

  • G. Deleuze, Che cos’è l’atto di creazione? -1994- Edizioni Cronopio, Napoli, 2024, p. 14.

  • L. Delluc, Le cinéma art populaire, 1921, ora in Ecrites Cinématografique, Le Cinéma au quotidien, II7, Cinémateque Francaise, 1990, p. 286.

  • W. Deonna, Il simbolismo dell’occhio, De Boccard, Paris, 1965- Bollati Boringhieri, Torino, 2008.

  • A. De Paz, L'occhio della modernità. Pittura e fotografia dalle origini alle avanguardie storiche, Clueb, Bologna, 1989.

  • E. Escher, Il quarto occhio. Filosofia, storia, ermeneutica, linguaggio del cinema, Franco Angeli, Milano, 2006.

  • D. R. Hofstadter- D. C. Dennett, L’Io della mente, Adelphi, Milano, 1985. 

  • A. Huxley, L’arte di vedere, 1945, Adelphi, Milano, 1989.

  • E. Lauretta, Il cinema e Pirandello, Centro Nazionale Studi Pirandelliani, 2003.

  • S. Martín Gutiérrez, Pasolini sceneggiatore. Il processo di scrittura dell’Edipo Re, in Finzioni, 3,2-2022

  • G. Placucci, “Edipo Re” e il mito pasoliniano, in Cinefilia Ritrovata, 16 marzo 2022.

  • P. Raffellini, Racconti dietro allo specchio, Montedit, Milano, 2025.

  • S. Trinchero, Film: percezione e occultamento dell’immagine - Samuel Beckett, Alan Schneider, in EffettoNotte online, 15 aprile 2020

  • W. F. Van Wer, To be is to be perceived… Time and point of view in Samuel Beckett's Film, in Film Quarterly, 2,1980.

  • J. P. Vernant, La morte negli occhi, Hachette, Paris, 1985- Il Mulino, Bologna, 1987- nuova edizione Il Mulino 2023.



 
 
 

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Grazie mille prof.ssa La Selva per averci voluto mandare questo prezioso articolo che certamente apre a nuove grandi riflessioni!

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